Po Campo Quotes

We've searched our database for all the quotes and captions related to Po Campo. Here they are! All 8 of them:

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Po Campo had given him a hailstone dipped in molasses and he sat licking it and feeling alternately happy and sad while the men got dressed and prepared to be cowboys again.
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Larry McMurtry (Lonesome Dove (Lonesome Dove, #1))
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Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così.
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Oriana Fallaci
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Dice: «Ho bisogno di te, Pat Peoples; ho un bisogno maledetto di te», poi si mette a piangere e le sue lacrime mi scendono calde sulla pelle mentre mi bacia il collo dolcemente, tirando su col naso. È strano che mi dica una cosa simile, così lontana dal solito «ti amo» delle donne, eppure forse più vera. Provo una bella sensazione mentre la abbraccio, e ricordo ciò che mi ha detto mia madre tempo fa, quando cercavo di liberarmi di Tiffany invitandola alla tavola calda. «Tu hai bisogno di amici, Pat. Tutti ne hanno bisogno». E poi ricordo che Tiffany mi ha mentito per molte settimane; ricordo quella storia tremenda che mi ha raccontato Ronnie su come è stata licenziata, e ciò che mi ha confessato lei nella sua ultima lettera; ricordo quanto è stata stramba la nostra amicizia, ma poi ricordo che nessuno, a parte lei, potrebbe mai avvicinarsi a capire cosa provo ad aver perso Nikki per sempre. Ricordo che il periodo di lontananza è finalmente finito e che, se Nikki se n’è andata definitivamente, ho pur sempre fra le braccia una donna che ha sofferto molto, e ha un bisogno disperato di sentirsi di nuovo bella. Fra le mie braccia c’è una donna che mi ha regalato l’Atlante delle nuvole per l’osservazione del cielo, una donna che conosce tutti i miei segreti, una donna che sa quanto è incasinata la mia mente, quante pillole devo prendere, e tuttavia si lascia abbracciare da me. In tutto questo c’è qualcosa di onesto, e non riesco a immaginarmi nessun’altra donna coricata insieme a me nel bel mezzo di un campo da calcio congelato – in piena tormenta, addirittura – a sperare che accada l’impossibile: che una nuvola si liberi da un nembostrato. Nikki questo non l’avrebbe mai fatto, per me, neppure nei suoi giorni migliori. Perciò stringo un po’ di più Tiffany, la bacio fra le sopracciglia perfettamente depilate e dopo un profondo respiro dico: «Credo di aver bisogno anch’io di te».
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Matthew Quick (The Silver Linings Playbook)
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C’era già una piccola coda davanti al rubinetto nell’angolo del campo. Harry, Ron e Hermione si misero in fila, dietro a due uomini impegnati in un’accesa discussione. Uno era un mago molto anziano che indossava una lunga camicia da notte a fiori. L’altro era chiaramente un mago del Ministero; sventolava un paio di pantaloni gessati e quasi urlava, esasperato: «Mettiteli e basta, Archie, da bravo, non puoi andare in giro così, il Babbano al cancello ha già i suoi sospetti...» «L’ho comprata in un negozio babbano» disse ostinato il vecchio mago. «I Babbani se le mettono». «Le donne babbane se le mettono, Archie, non gli uomini, loro portano questi» disse il mago del Ministero, brandendo i pantaloni gessati. «Non ho intenzione di metterli» disse il vecchio Archie indignato. «Mi piace prendere un po’ d’aria attorno alle mie parti intime, grazie».
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J.K. Rowling (Harry Potter and the Goblet of Fire (Harry Potter, #4))
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Di fobia sociale, invece, non ho mai sofferto, nonostante la timidezza. Oggi mi intrattengo sempre piú spesso con chi non conosco, la vita mi ha obbligato a vincere questa debolezza, mi ha spinto con forza, quasi costretto, in tal senso. Costretto a fare piú che a riflettere, a muovermi di pancia e non con la ragione. L’esperienza quindi dovrebbe insegnarmi che se ti forzi ad affrontare ciò che temi, alla fine la vinci, che è un po’ il concetto del dottor Cavalli: guarda in faccia le tue paure finché non ti faranno piú paura. Dovrei perciò prendere un aereo al giorno, andare a vivere in una casa piena di blatte e ragni, semmai iscrivermi alla Napoli-Capri, cosí da nuotare in mare aperto, e forse nel giro di qualche anno potrei ambire a diventare finalmente un uomo perfetto, una persona senza punti deboli. Possibile? Non credo. Non esistono persone senza punti deboli. Forse riuscirei a vincere la paura di volare, potrei anche arrivare a dormire in una stanza piena di ragnatele (in realtà una volta ho dormito da solo in una stanza di un B&b nella quale c’era un grosso ragno, nascosto però dietro a un armadio), potrei tentare di combattere la mia ipocondria ogni giorno e un domani forse non provare piú questo fottuto terrore, ma quale sarebbe il dazio da pagare? Quanto sforzo, quanto dolore, quanta paura comporterebbe sfidare in campo aperto le mie fobie? E questo sforzo, questa paura, non provocherebbero altra paura? Non posso affrontare tutto, semplicemente perché non ci riesco, sono umano, con tutto ciò che questo vuol dire. A proposito di accettazione. Mi piacerebbe essere piú equilibrato, ma so di trovarmi sotto quella coperta sempre troppo corta: se tiro da un lato, resto scoperto dall’altro. Qualcuno parla di ipersensibilità dell’amigdala, la sede del cervello a forma di mandorla che gestisce le emozioni e in particolare la paura. Se hai la sfiga di avere questa zona ipersensibile, sei costretto a fotterti dalla paura costantemente: l’amigdala in questi casi, al pari del neurone inibitore ubriaco(ricordate?), sta sempre sul chi va là, inviandoti di continuo scariche di adrenalina con lo scopo di farti reagire prontamente a una situazione di pericolo. L’unica cosa che ottiene, però, è mandarti fuori di zucca, perché in verità ti trovi sul divano e stai guardando la tv, e il solo pericolo incombente è che ti possa venire un crampo alla pancia per via della cioccolata di cui ti sei abbuffato nel tentativo di vincere l’angoscia persistente che ti fa sentire l’irrefrenabile voglia di scappare a gambe levate, come se ai tuoi piedi stesse strisciando un boa constrictor. E pensare che un tempo avevamo solo questa parte di cervello, eravamo guidati solo da istinto ed emozioni, il sistema limbico (adibito alle funzioni psichiche, all’emotività) dominava il cervello già nei rettili di un tempo. Solo milioni di anni dopo il cervello pensante si è evoluto da questi centri emozionali. Per quel che mi riguarda, cerco di fregare l’amigdala con «l’evitamento», mi costruisco degli appigli per tirare avanti alla buona e sentire meno la paura, tento di distrarmi, ecco, in attesa che, chissà, un domani qualcuno mi aiuti a imboccare la strada giusta, mi apra gli occhi e mi infonda il coraggio per guardare in faccia ciò che non ho avuto il coraggio di guardare fino a oggi. Aspetto che sia la vita ancora una volta a darmi lo scossone e a spingermi verso nuove strade nelle quali la paura non mi farà piú da compagna quotidiana. Nel frattempo, mi impegnerò in ciò che mi fa stare bene e continuerò ad aspettare un refolo di sole per andare sul lungomare con la mia famiglia. La felicità dalle mie parti: un venticello fresco che sa di primavera, una pizza fumante, il mare là dietro, una birra ghiacciata, mia moglie e mio figlio.
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Lorenzo Marone (Inventario di un cuore in allarme)
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I don’t sing about myself,” Campo said. “I sing about life. I am happy, but life is sad. The songs don’t belong to me.” “Well, you sing them, who do they belong to?” Pea asked. “They belong to those who hear them,” Po said.
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Larry McMurtry (Lonesome Dove (Lonesome Dove, #1))
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Ieri sera un grosso ratto mi ha attraversato la strada in Fifty-seventh Street. È uscito da sotto lo steccato di un terreno vuoto vicino a Bendel's, ha aspettato una pausa nel traffico, poi è filato verso il lato nord della strada, si è fermato per un po' sul marciapiede buio ed è scomparso. Era il mio secondo ratto della settimana. Il primo è stato in un ristorante greco con le finestre dai davanzali all'altezza dei fianchi. Il ratto è sfrecciato lungo i davanzali puntando dritto verso di me, poi mi ha superata. «L'hai visto» ha detto Will, sorseggiando la sua birra. «Un grosso topo» ho risposto. «Ormai anche nei buoni alberghi si trova qualche topino, nel bar o nell'atrio». L'ultima volta che avevo visto Will era stato a Oakland; prima ancora, in Louisiana. Lavorava nel settore legale. Poi qualcosa, forse un senso di allarme ai margini del mio campo visivo, è spuntato da sinistra, correndo verso la mia faccia. Ho sentito l'acciottolio della forchetta. «Stavi andando alla grande» ha detto Will, ghignando, «finché non hai perso la calma». Il secondo ratto, naturalmente, poteva anche essere il primo che si era spostato più a nord, nel qual caso o il ratto mi segue, oppure fa i miei stessi tragitti e orari. Tuttavia sono convinta che la sanità mentale sia la scelta etica più profonda del nostro tempo. Due ratti, dunque. I tassisti non sentono neppure le indicazioni attraverso quei nuovi divisori, che a me non sembrano davvero antiproiettile, anche se, naturalmente, non ho mai verificato. Antirumore. Le dita s'incastrano, questo è certo, nei nuovi recipienti per i soldi. Be', qualcuno ha venduto i divisori. Qualcuno li ha comprati. Disonesti, chiaramente. Sembra che non esista uno spirito dei tempi. Stavo per alzarmi assurdamente presto, quando Will, che si butta nel sonno con una violenza pari alla sua mitezza da sveglio, mi ha detto: «Stai qui. L'angoscia è normale». Invece ho trovato un taxi per tornare a casa, sotto la pioggia, davanti a un'armeria.
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Renata Adler (Mai ci eravamo annoiati)
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Sul campo la difficoltà è lasciarsi coinvolgere e nel frattempo prendere le distanze, cogliere la spontaneità anticipandola e farsi da parte pur essendo nel centro della vita. Ci si destreggia di continuo, per abbandonarsi all'emozione, mantenendo la mente fredda per trasmettere quella sensazione. Una foto non ha il rumore della festa, gli odori dell'incenso, l'euforia di un bicchierino... Bisogna sempre mantenersi un po' distanti, nel proprio angolo, per stabilire se è meglio dimenticarsi della fotografia e vivere fino in fondo la festa, salvo scriverne dopo, oppure se vivere meno intensamente la festa per meglio fotografarla.
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Olivier Föllmi