Dolores Dei Quotes

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Sorrido ogni volta che mi accorgo che piuttosto che evadere dalla propria prigione molte persone l'arredano soltanto, curando in ogni particolare la propria cella di solitudine.
Massimo Bisotti (La luna blu. Il percorso inverso dei sogni)
Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Vladimir Nabokov (Lolita)
Credo che si possa tracciare una frontiera molto precisa tra la giovinezza e la vecchiaia: la giovinezza termina con l’egoismo, la vecchiaia inizia con il vivere per gli altri. Io la vedo così: nella vita dei giovani c’è molta gioia e molta sofferenza, perché vivono solo per sé. Allora ogni desiderio e ogni idea diventano importanti; si assapora ogni gioia, ma anche ogni dolore e molti, quando si accorgono che i loro desideri sono irrealizzabili, subito gettano via l’intera vita. Questo è l’atteggiamento dei giovani. Per la maggior parte delle persone però, arriva un momento in cui tutto questo cambia, in cui cominciano a vivere più per gli altri che per se stessi. Certo non per virtù, ma in modo assolutamente naturale.
Hermann Hesse
La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c'è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni - migliaia, letteralmente - che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie.
Nick Hornby (High Fidelity)
Ci sono cose che si perdono e non tornano indietro; non si possono riavere mai più, se non nella carta carbone della memoria. Ci sono cose a cui sembra impossibile rassegnarsi ma a cui rassegnarsi è inevitabile. Lo scorrere dei giorni leviga il dolore ma non lo consuma: quello che il tempo si porta via è andato, e poi si resta con un qualcosa di freddo e duro, un souvenir che non si perde mai. Un piccolo bassotto di porcellana delle White Mountains. Una marionetta del teatro delle ombre di Bali. E guarda: un calzascarpe d'avorio di un hotel a quattro stelle di Zurigo. E qua, come un sasso che porto ovunque, c'è un pezzetto di cuore altrui che ho conservato da un vecchio viaggio.
Peter Cameron (The Weekend)
Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.
Vladimir Nabokov (Lolita)
A unire il cuore delle persone non è soltanto la sintonia dei sentimenti. I cuori delle persone vengono uniti ancora più intimamente dalle ferite. Sofferenza con sofferenza. Fragilità con fragilità. Non c'è pace esente da grida di dolore, non c'è perdono senza sangue sparso sul terreno, non c'è accettazione che non nasca da una perdita. Perché alla radice della vera armonia ci sono dolore, sangue e perdite.
Haruki Murakami (Colorless Tsukuru Tazaki and His Years of Pilgrimage)
Sì, forse la vita è questo. Si procede tra normalità e paura, e si aspetta ogni volta di tornare alla nostra dimora, di trovare un po' di quiete, un rifugio. Magari salendo le scale di casa verremo presi dall'angoscia, avvertendo che il dolore ci ha seguito fino lì. Comunque sia, è un inferno che conosci. Ed è meglio di quella nebbia spietata, meglio che non vedere nulla, meglio della solitudine dei nostri passi.
Stefano Benni (Cari mostri)
Se lui avesse potuto dire il suo nome ancora una volta, a voce così bassa da poterla sentire invece che ascoltarla.Se lo avesse fatto, così piano da non permettere alla veglia di ricordarle perché quel suono non poteva più renderla felice.Se solo non avesse mai smesso di piovere.Eloise, sei sveglia?Sì, e non voglio.Sotto la mano il cuscino era fresco e morbido, negli spazi tra le sue dita se ne insinuavano altre, calde e dure perché abituate a riempire di lusinghe l'elsa di una spada, non solo la pelle di una donna. Prendeva la sua una mano fatta per accarezzare e per uccidere.Una mano che l'aveva accarezzata, e poi uccisa.«Axel».Forse c'era stato uno scatto di esultanza profonda, perché ridestandosi aveva pronunciato per prima cosa il suo nome.Qualcosa che aveva a che fare col possesso e il riconoscimento.Qualcosa di così profondo che, se non si fosse opposta, avrebbe finito per precipitarvi dentro.Qualcosa che tra loro due era sempre esistito.L'aveva accarezzata.A quanto le avevano raccontato, lui era stata la prima cosa del mondo su cui aveva aperto gli occhi. Un fagottino di neonata, avvolta tra le braccia di un bambinetto di tre anni appena, che sollevava di colpo le palpebre incontrando per la prima volta due occhi blu pieni di amore e trionfo fissi su di lei.E poi uccisa.Una cicatrice che si risvegliava pulsando, lo spettro di dolore di un arto amputato, che esisteva solo nel ricordo dei nervi e bruciava, bruciava come fuoco.Lui era sete, tanta da accettare di annegare pur di riuscire a bere.«Axel».«Sono qui».
Virginia De Winter (L'Ordine della spada (Black Friars, #1))
Ricordo quel momento come uno dei primi in cui mi avvicinai all'età adulta, in cui compresi quanto fosse potente la memoria - o comunque fu la prima volta in cui mi fece così male. E non c'era niente che potessi fare riguardo al dolore del passato - si posò semplicemente su di me.
Bret Easton Ellis (The Shards)
Senza dolore come possiamo conoscere la gioia? (È una vecchia argomentazione nel campo della Riflessione sulla Sofferenza, e la sua stupidità o scarsa sottigliezza potrebbe essere sondata per secoli, ma basterà dire che l’esistenza dei broccoli non influisce affatto sul sapore della cioccolata).
John Green (The Fault in Our Stars)
Ma non c’è mai amore senza sofferenza. Fiumi di inchiostro, oceani di note musicali, montagne di marmo e chilometri di pellicole cinematografiche. Dolore, abbandono, rifiuto, tradimento. Peccato originale. L’innata capacità di rendere invisibile ciò che si possiede. La costrizione di dover misurare l’amore solo con la sua perdita.
Francesco Falconi (Adam & Eve: il giardino dei peccati)
Quando il dolore cessa di riflettere il sonno approfitta della buona occasione.
Thomas Hardy (Tess of the D’Urbervilles)
«Emily, io sono solo un host. Non posso risolvere nessuno dei tuoi problemi. Però posso lenire la tua solitudine, farti sentire meno dolore, almeno per un’ora. Ti basta chiederlo.»
Mia Another (Charming Devil)
I muri che hai intorno sono solo origami di carta, bruciali. Brucia tutto l’appartamento se vuoi, io non ci tornerò, vola via. Liberati. E ama. Brucia. Brucia. Brucia. Brucia.
Luca Giumento (Il dolore dei pesci (Italian Edition))
Quella dei sogni è una balla colossale. Lo sapevo. L'ho sempre saputo. Perché poi arriva il dolore e niente ha più senso.
Alessandro D'Avenia
[...] Capii molto più tardi che il modo in cui una persona si comporta nei confronti del dolore, rivela sul suo futuro più della maggior parte dei segni che conosco. [...]
Christa Wolf (Cassandra)
Quel che è in gioco qui, secondo me, è il sottile pudore universale che accompagna la soddisfazione dei propri desideri, il bisogno di spiegare proprio a tutti che la soddisfazione dei propri desideri non è in realtà soddisfazione dei propri desideri. Tipo: io non vado mai a farmi un massaggio semplicemente per farmi un massaggio, ci vado perché questo vecchio dolore alla schiena che mi sono procurato facendo sport mi sta ammazzando e allora mi obbliga a fare i massaggi; oppure: non è che voglio una sigaretta, io ho bisogno di una sigaretta.
David Foster Wallace (A Supposedly Fun Thing I'll Never Do Again: Essays and Arguments)
Se il grido è continuo, niente sarà più visibile". "Bingo! Ogni grido deve essere seguito da un silenzio perché se ne senta l'eco. Chi urla di continuo il proprio dolore non ne vedrà mai il volto, proprio come quelli che si ostinano a tacerlo. È la lezione dei pipistrelli: per vedere il volto di ciò che ti fa soffrire, devi fare del tuo dolore una collana che alterna perle di silenzio alle perle delle tue grida".
Wajdi Mouawad (Anima)
Il dolore genuino può maturare soltanto a grado a grado. Somiglia strettamente alla tubercolosi, in quanto il male è già progredito e ha raggiunto lo stadio critico prima che il paziente si sia reso conto dei suoi sintomi.
Yukio Mishima (Confessions of a Mask)
«E sai qual è la parte peggiore?» continuò Berlin prima che Shane potesse replicare. «Saresti potuto essere uno dei più grandi. Il potenziale lo avevi, all’inizio, ma hai mandato tutto a puttane.» Dopodiché si zittì, e anche Shane smise di parlare, non volendo più sapere come Kayden Berlin, e forse le persone di tutto il mondo, lo giudicassero. Faceva male, in modo viscerale, un dolore cocente che era la consapevolezza di ciò che era diventato
Piper Vaughn (Moonlight Becomes You (Lucky Moon, #1))
Tuttavia era in quella valle che il suo dolore aveva preso forma e Tess non l'amava più come in passato; la bellezza per lei, come per tutti quelli che hanno esperienza, non stava nelle cose, ma in ciò che le cose simboleggiavano.
Thomas Hardy (Tess of the D’Urbervilles)
Nelle lingue che formano la parola compassione non dalla radice 'sofferenza' bensì dal sostantivo 'sentimento', la parola viene usata con un significato quasi identico, ma non si può dire che indichi un sentimento cattivo o mediocre. La forza nascosta della sua etimologia bagna la parola di una luce diversa e le dà un senso più ampio: avere compassione (co-sentimento) significa vivere insieme a qualcuno la sua disgrazia, ma anche provare insieme a lui qualsiasi altro sentimento: gioia, angoscia, felicità, dolore. Questa compassione designa quindi la capacità massima di immaginazione affettiva, l'arte della telepatia delle emozioni. Nella gerarchia dei sentimenti è il sentimento supremo.
Milan Kundera (The Unbearable Lightness of Being)
Io mi diverto ad avere trent’anni, io me li bevo come un liquore i trent’anni: non li appassisco in una precoce vecchiaia ciclostilata su carta carbone. Ascoltami, Cernam, White, Bean, Armstrong, Gordon, Chaffee: sono stupendi i trent’anni, ed anche i trentuno, i trentadue, i trentatré, i trentaquattro, i trentacinque! Sono stupendi perché sono liberi, ribelli, fuorilegge, perchè è finita l’angoscia dell’attesa, non è incominciata la malinconia del declino, perché siamo lucidi, finalmente, a trent’anni! Se siamo religiosi, siamo religiosi convinti. Se siamo atei, siamo atei convinti. Se siamo dubbiosi, siamo dubbiosi senza vergogna. E non temiamo le beffe dei ragazzi perché anche noi siamo giovani, non temiamo i rimproveri degli adulti perchè anche noi siamo adulti. Non temiamo il peccato perché abbiamo capito che il peccato è un punto di vista, non temiamo la disubbidienza perché abbiamo scoperto che la disubbidienza è nobile. Non temiamo la punizione perché abbiamo concluso che non c’è nulla di male ad amarci se ci incontriamo, ad abbandonarci se ci perdiamo: i conti non dobbiamo più farli con la maestra di scuola e non dobbiamo ancora farli col prete dell’olio santo. Li facciamo con noi stessi e basta, col nostro dolore da grandi. Siamo un campo di grano maturo, a trent’anni, non più acerbi e non ancora secchi: la linfa scorre in noi con la pressione giusta, gonfia di vita. È viva ogni nostra gioia, è viva ogni nostra pena, si ride e si piange come non ci riuscirà mai più, si pensa e si capisce come non ci riuscirà mai più. Abbiamo raggiunto la cima della montagna e tutto è chiaro là in cima: la strada per cui siamo saliti, la strada per cui scenderemo. Un po’ ansimanti e tuttavia freschi, non succederà più di sederci nel mezzo a guardare indietro e in avanti, a meditare sulla nostra fortuna: e allora com’è che in voi non è così? Com’è che sembrate i miei padri schiacciati di paure, di tedio, di calvizie? Ma cosa v’hanno fatto, cosa vi siete fatti? A quale prezzo pagate la Luna? La Luna costa cara, lo so. Costa cara a ciascuno di noi: ma nessun prezzo vale quel campo di grano, nessun prezzo vale quella cima di monte. Se lo valesse, sarebbe inutile andar sulla Luna: tanto varrebbe restarcene qui. Svegliatevi dunque, smettetela d’essere così razionali, ubbidienti, rugosi! Smettetela di perder capelli, di intristire nella vostra uguaglianza! Stracciatela la carta carbone. Ridete, piangete, sbagliate. Prendetelo a pugni quel Burocrate che guarda il cronometro. Ve lo dico con umilità, con affetto, perché vi stimo, perché vi vedo migliori di me e vorrei che foste molto migliori di me. Molto: non così poco. O è ormai troppo tardi? O il Sistema vi ha già piegato, inghiottito? Sì, dev’esser così.
Oriana Fallaci
Ho bevuto fino a impazzire, mi sono stordita con le droghe a sedici anni, sono sgattaiolata fuori con uomini adulti per andare all’ultimo spettacolo del Fillmore East, ho vissuto nuda nelle comuni e ho rubato. Ho scritto la mia tesi sul suicidio nella poesia contemporanea americana lavorando come barista mentre mi facevo scopare sul tavolo da biliardo nel retro. Sono stata un’assistente in una clinica per schizofrenici a Chelsea e capogruppo in un centro d’accoglienza per senzatetto sulla Trentesima. Ho seguito le tracce di Giovanna d’Arco in Francia, preso un treno per Roma a mezzanotte e indossato tacchi a spillo per una lesbica italiana feticista della pelle. Ho preso acidi per tre giorni sul treno da Montréal a Vancouver, dove ho passato una notte con un famoso musicista jazz musulmano che mi ha sedotto con il suo sassofono e le sue invocazioni predicatorie. Ho trovato il modo di entrare in campi di accoglienza per vittime di stupro in Bosnia, ho indossato il burqa nell’Afghanistan dei talebani, ho guidato caricata a caffè attraverso le strade minate del Kosovo. Dovevo vedere, sapere, toccare, trovare l’orecchio. Forse stavo inscenando la mia cattiveria, o cercando la mia bontà, o avvicinandomi alla disumanità più profonda per provare a capire come sopravvivere al peggio di cui siamo capaci. Poi sono andata in Congo, ed è là che tutto è andato in frantumi. Là, dove, in un solo colpo, i peggiori atti di crudeltà incontravano la più pura gentilezza. Ero arrivata fin là.
V (formerly Eve Ensler) (Nel corpo del mondo. La mia malattia e il dolore delle donne che ho incontrato)
Due anni prima di andarsene di casa mio padre disse a mia madre che ero molto brutta. La frase fu pronunciata sottovoce, nell’appartamento che, appena sposati, i miei genitori avevano acquistato al Rione Alto, in cima a San Giacomo dei Capri. Tutto - gli spazi di Napoli, la luce blu di un febbraio gelido, quelle parole - è rimasto fermo. Io invece sono scivolata via e continuo a scivolare anche adesso, dentro queste righe che vogliono darmi una storia mentre in effetti non sono niente, niente di mio, niente che sia davvero cominciato o sia davvero arrivato a compimento: solo un garbuglio che nessuno, nemmeno chi in questo momento sta scrivendo, sa se contiene il filo giusto di un racconto o è soltanto un dolore arruffato, senza redenzione.
Elena Ferrante (La vita bugiarda degli adulti)
Lo guarda e si sente stringere il cuore. Vorrebbe togliergli il dolore di dosso, ma non è possibile. È una legge dell’esistenza, uguale a quella che regola il ciclo dei giorni e delle stagioni: ciascuno porta su di sé il marchio della propria sofferenza.
Stefania Auci (I leoni di Sicilia)
E l’amore? L’amore è qualcosa che contribuisce molto a cambiare una persona, porta gioia così come dolore, e l’alternarsi tra i due forma il carattere di una persona. L’amore dà vita a ciò che non ce l’ha, è il più grandioso dei poteri; ma come tutte le cose, ha un lato oscuro.
Renée Ahdieh (The Rose & the Dagger (The Wrath and the Dawn, #2))
Contempla il dolore del mondo con tenerezza, ma lotta con determinazione contro l'ingiustizia. Sii riconoscente di far parte dell'universo. Non corrompere e non lasciarti corrompere. Ogni sforzo che ritieni inutile per migliorare la società fallo tre volte. Sii cavaliere dei tuoi fantasmi e danza con i tuoi peggiori incubi (ma soltanto su una grande musica). Dai piacere agli altri, soprattutto se sei infelice. Accarezza gli animali, le piante, i sassi come se fossero i tuoi bambini. Considera la mente un bel giardino e coltiva i tuoi pensieri come rose.
Diego Cugia (Nessuno può sfrattarci dalle stelle)
E me ne rimasi lí nella luce del pomeriggio che sbiadiva, rendendomi conto, a diciassette anni, che stavo già guardando nel mio passato e che il passato aveva un significato capace di definirti per sempre. Ricordo quel momento come uno dei primi in cui mi avvicinai all'età adulta, in cui compresi quanto fosse potente la memoria o comunque fu la prima volta in cui mi fece cosí male. E non c'era niente che potessi fare riguardo al dolore del passato si posò semplicemente su di me. La dépendance e Matt erano una parte della mia vita che c'era stata e adesso non c'era piú. Ecco tutto. Nessun altro lo sapeva. A nessun altro importava.
Bret Easton Ellis (The Shards)
Dovrebbe essere noto – e invece non lo è – che il destino dei rapporti tra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate. In effetti, quando un rapporto nasce c’è sempre un momento di illuminazione nel quale si riesce anche a vederlo crescere, distendersi nel tempo, diventare ciò che diventerà e finire come finirà – tutto insieme. Si vede bene perché in realtà è già tutto contenuto nell’inizio, come la forma di ogni cosa è contenuta nel suo primo manifestarsi. Ma si tratta di un momento, per l’appunto, e poi quella visione ispirata svanisce, o viene rimossa, ed è solo per questo che le storie tra le persone producono sorprese, danni, piacere o dolore imprevisto. Lo sapevamo, per un lucido, breve momento l’avevamo saputo, all’inizio, ma poi, per il resto della nostra vita, non l’abbiamo saputo più. Come quando ci si alza dal letto, di notte, e ci si ritrova a brancolare nel buio della nostra stanza per andare in bagno, e ci sentiamo smarriti, e accendiamo la luce per mezzo secondo, e poi la rispegniamo subito, e quel lampo ci mostra la strada, ma solo per il tempo necessario ad andare a fare la nostra pisciatina e ritornare a letto. La prossima volta saremo di nuovo smarriti.
Sandro Veronesi (Il colibrì)
Si sdraiò sul suo giaciglio nel soggiorno e spense la luce. La notte entrò e vi prese il suo posto, noncurante e indifferente; quella stessa notte che si era già ingoiata la sua felicità e che ora stava distrattamente digerendosela; ed era pronta a ingoiare la felicità di migliaia d'altre persone, con la stessa noncuranza e impassibilità.
Thomas Hardy (Tess of the D’Urbervilles)
Tante volte era rimasto in ammirazione di fronte a un paesaggio, a un monumento, a una piazza, a uno scorcio di strada, a un giardino, a un interno di chiesa, a una rupe, a un viottolo, a un deserto. Solo adesso, finalmente, si rendeva conto del segreto. Un segreto molto semplice: l'amore. Tutto ciò che ci affascina nel mondo inanimato, i boschi, le pianure, i fiumi, le montagne, i mari, le valli, le steppe, di più, di più, le città, i palazzi, le pietre, di più, il cielo, i tramonti, le tempeste, di più, la neve, di più, la notte, le stelle, il vento, tutte queste cose, di per sé vuote e indifferenti, si caricano di significato umano perché, senza che noi lo sospettiamo, contengono un presentimento d'amore. Quanto era stato stupido a non essersene mai accorto finora. Che interesse avrebbe una scogliera, una foresta, un rudere se non vi fosse implicata una attesa? E attesa di che se non di lei, della creatura che ci potrebbe fare felici? Che senso avrebbe la valle romantica tutta rupi e scorci misteriosi se il pensiero non potesse condurci lei in una passeggiata del tramonto tra flebili richiami di uccelli? Che senso la muraglia degli antichi faraoni se nell'ombra dello speco non potessimo fantasticare di un incontro? E l'angolo del borgo fiammingo che ci potrebbe importare o il caffè del 'boulevard' o il 'suk' di Damasco se non si potesse supporre che anche lei un giorno vi passerà, impigliandovi un lembo di vita? E l'erma cappelletta al bivio col suo lumino, perché avrebbe tanto patos se non vi fosse nascosta un'allusione? E a che cosa allusione se non a lei, alla creatura che ci potrebbe fare felici? [...] Le torri antiche, le nuvole, le cateratte, le enigmatiche tombe, il singhiozzo della risacca sullo scoglio, il piegarsi dei rami alla tempesta, la solitudine dei greti nel pomeriggio, tutto è un'indicazione precisa a lei, la donna nostra che ci incenerirà. Ogni cosa del mondo congiurando con le altre cose del mondo in complotto sapientissimo per promuovere la perpetuazione della specie. Era una intuizione così bella e geniale che in altre circostanze egli ne avrebbe avuto soddisfazione. Ma, proprio per la sua esattezza, oggi a lui procurava solamente dolore. L'espressione degli alberi fuggenti corrispondeva infatti alla condizione del suo amore; il quale era stolto e disperato. Egli correva in direzione di lei benché sapesse che laggiù lo aspettavano soltanto nuovi affanni, umiliazioni e lacrime. Ma lui correva a perdifiato ugualmente, il piede premuto con tutta la forza sul pedale, per la paura di perdere un minuto.
Dino Buzzati (Un amore)
Ricapitolando l'intera, imbarazzante serata, ridendo così tanto da confondere l'allegria e il dolore. [...] discutere dei tuoi problemi ogni notte. [...] c'erano ben poche persone con cui fosse piacevole trascorrere più di due o tre giornate consecutive, e invece ecco che ne avevi accanto una con la quale volevi passare anni interi, anche nei suoi momenti più opachi e confusi.
Hanya Yanagihara (A Little Life)
Ma Gonzalo? Oh, il bel nome della vita! una continuità che s'adempie. Di nuovo le sembrò, dal terrazzo, di scorgere la curva del mondo: la spera dei lumi, a rivolversi; tra brume color pervinca disparivano incontro al sopore della notte. Sul mondo portatore di frumenti, e d'un canto, le quiete luminarie di mezza estate. Le sembrò di assistervi ancora, dalla terrazza di sua vita, oh!, ancora per un attimo, di far parte della calma sera. Una levità dolce. E, nel cielo alto, lo zaffiro dell'oceano: che avevano rimirato l'Alvise, a tremare, e Antoniotto di Noli, doppiando capi dalla realità senza nome incontro al sogno apparito degli arcipelaghi. Si sentì ripresa nell'evento, nel flusso antico della possibilità, della continuazione: come tutti, vicina a tutti.
Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore)
L'impatto con il dolore riconsegna la maggior parte di noi a una sorta di innocenza originaria. A un certo punto non abbiamo più difese, né risorse, non c'è assolutamente nulla che possiamo fare per evitare il peggio, e così, insieme con le difese, crollano i privilegi, le strategie, l'appartenenza di classe, la retorica, lasciando intravedere la fragile nudità di specie che ci accomuna tutti.
Nicola Lagioia (La città dei vivi)
«Senti» mi interruppe, «tra voi c’è una bella amicizia. Forse anche qualcosa in più. E io ti invidio. Al posto mio, la maggior parte dei genitori spererebbe che tutto si dissolva, o pregherebbe che il figlio ne esca indenne. Ma io non sono così. Al posto tuo, se il dolore c’è, lo farei sfogare, e se la fiamma è accesa, non la spegnerei, cercherei di non essere troppo duro. Chiudersi in se stessi può essere una cosa terribile quando ci tiene svegli di notte, e vedere che gli altri ci dimenticano prima di quanto vorremmo non è tanto meglio. Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!»
André Aciman (Call Me by Your Name)
Esaminai puntigliosamente i miei comportamenti. No, non ero capace di dirmi con chiarezza i miei desideri. Non solo stavo attenta a nasconderli agli altri, ma li confessavo a me stessa in modo scettico, senza convinzione. Perché non avevo mai detto a Lila con chiarezza cosa provavo per Nino? E adesso, perché non le avevo gridato il dolore che mi aveva causato con quella confidenza in piena notte, perché non le avevo rivelato che, prima ancora di baciare lei, Nino aveva baciato me? Che cosa mi spingeva a comportarmi così? Tenevo i miei sentimenti sottotono perché ero spaventata dalla violenza con cui invece, nel mio intimo, volevo cose, persone, lodi, trionfi? Temevo che quella violenza, nel caso che non avessi ottenuto ciò che volevo, mi sarebbe esplosa nel petto prendendo la via dei sentimenti peggiori, per esempio quello che mi aveva spinto a paragonare la bella bocca di Nino alla carne di un topo morto? Perciò dunque, anche quando mi facevo avanti, ero sempre pronta a tirarmi indietro? Perciò avevo sempre disponibile un sorriso aggraziato, una risata contenta, quando le cose si mettevano male? Perciò, presto o tardi, trovavo comunque giustificazioni plausibili per chi mi faceva soffrire?
Elena Ferrante (The Story of a New Name (Neapolitan Novels, #2))
«Noi ci volgiamo all'Oriente in cerca di una saggezza che non useremo, e al dormiente in cerca del segreto che non scopriremo. E allora vi chiedo: com'è la notte, la notte terribile? L'oscurità è il rifugio dove va ad appollaiarsi il cuore dell'amata, ed è l'uccello notturno che gracchia contro il suo spirito e il vostro, lasciando cadere in mezzo a voi l'orrenda estraneità delle sue viscere. Il gocciolio delle vostre lacrime è il suo pulsare implacabile. Gli abitanti della notte non seppelliscono i loro morti, la creatura mondata del guscio dei suoi gesti essi l'appendono al collo a voi, sveglia, che siete la loro beneamata. E dovunque andiate, la creatura vi seguirà, voi coi vostri vivi, l'amata coi suoi morti, e non morirà mai, verso la luce del giorno, verso la vita, verso il dolore, fino a che non sarete entrambe carogne.»
Djuna Barnes (Nightwood)
Potrei essere qui in quanto qualcuno vuole che sia così. C'è chi lo crede. Dio? dice lei con dolore e ironia nella voce.Se esistesse andrebbe licenziato per giusta causa, incapacità, assenteismo, e poi giustiziato per crudeltà, bruciato per eresia contro le verità che lui stesso ha proclamato. Già fatto, dico io. Già frustato, crocifisso, ucciso e sepolto. Ma pretende l'esistenza, risponde lei, e si sazia feroce dei desideri che ci incidono il cuore.
Mariapia Veladiano
Finché l’umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di sviluppare le energie della natura che le vengono svelate. Che scopo si prefigge il vostro lavoro? Io credo che la scienza possa proporsi altro scopo che quello di alleviare la fatica dell’esistenza umana. Se gli uomini di scienza non reagiscono all’intimidazione dei potenti egoisti e si limitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l’uomo. E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale…
Bertolt Brecht (Galileo)
La morte mi ha fatto sempre paura, non posso dire di averla esorcizzata. Vivendo quotidianamente il dolore degli altri, la possibilità di perdere la vita per una banalità be’… io rispetto e temo questo evento: la vita è un’avventura e cerchi di viverla con la consapevolezza che purtroppo un giorno arriverà anche quel momento. Cerchi di far finta che per te quel momento non arrivi mai, cerchi di viverla con serenità, ma ovviamente è uno dei pensieri che mi affliggono.
Riccardo Pirrone (TAFFO. Ironia della morte (Italian Edition))
Non amava né il giardino né la villa. Era arduo sopportare la presenza del suocero. Era il più "presente" degli esseri. Se anche tentava di infiammare l'immaginazione ripetendo: «Questa casa un giorno sarà mia», non riusciva a entusiasmarsi. «Sì, è bel tempo, pensava con distacco, la villa ha dello stile... le rose... Simone... sì... Ma tutto ciò cosa giova a me, alla mia più intima natura?... Del resto, quando per un'ora vedo lo stesso orizzonte penso alla morte. Il disgusto tipico di ogni uomo che non si accontenta di vivere, che talvolta pensa alla propria vita... Sono stanco del successo, sono stanco dei processi brillanti, degli affari fortunati o sfortunati, delle relazioni utili, stanco anche troppo della presidenza del collegio forense. Soprattutto, pensava, sono stanco del matrimonio, e si ricordava dell'inverno passato, che si riaffacciava alla memoria come un lungo e cupo stato di collera, interrotto da schiarite di appassionata concordia, sempre più rare queste ultime, sempre più frequenti i diverbi... Perché?... Ah! certi matrimoni, certe donne erano così... Certe unioni sembrano generare nell'anima un dolore sordo, proprio come quello del basto che percuote il fianco delle bestie appaiate... Sospirò: «Non chiedo grandi cose, eppure... Che mi lasci partire per due mesi, è tutto ciò che desidero. Quando tornerò sarò dolce come un agnello... Ero forse fatto per il matrimonio? Per non importa quale matrimonio? No, sono ingiusto... Questo non è un matrimonio qualunque... L'ho amata... Lei m'ispira ancora una specie di nervoso affetto... La disgrazia è che si comincia ad amare una persona con tutto ciò che l'attornia... (quando l'ho amata tutto ciò che mi faceva pensare a lei mi era caro: la città in cui l'ho conosciuta; l'italiano che parlavano attorno a me...). Quando si finisce di amare, ci si slega anche da tutto. Così, questa villa, suo padre, perfino la bambina e questo cielo, tutto mi sfinisce e mi irrita...».
Irène Némirovsky (Un amore in pericolo)
Se i miei affreschi di Detroit verranno distrutti, ne proverò un profondo dolore, perché ho messo in loro un anno della mia vita e il meglio del mio talento. Ma domani sarò impegnato a crearne altri, perché non sono semplicemente un "artista", ma piuttosto un uomo che realizza la sua funzione biologica di produrre dei dipinti, come un albero produce fiori e frutti e non si preoccupa di perdere quello che ha fatto ogni anno, perché sa che la prossima stagione ricomincerà a fiorire e a portare frutti.
Diego Rivera (Diego et Frida)
Quando vedi qualcuno in lacrime per un lutto, per la partenza di un figlio o per la perdita dei beni, bada di non farti trascinare dalla rappresentazione, pensando che egli soffra a causa di fatti esterni, ma abbi sottomano la considerazione: «lo affligge non ciò che è accaduto (infatti altri non ne sono afflitti), bensì il suo giudizio sull’accaduto». Non esitare, senza andare al di là delle parole, a partecipare al suo dolore; eventualmente condividi i suoi gemiti: ma attento a non gemere anche dentro di te.
Epitteto (Manuale)
Durante tutto il concerto Shane si era ritrovato in uno stato di assoluta euforia. Era ciò che aveva sempre desiderato, ciò che sognava da tanti anni. Solo in seguito, quando era tornato nel suo camerino e il livello di endorfine si era abbassato, un’ondata d’affanno lo aveva colpito con una tale intensità da piegarlo in due dal dolore. Perché quella notte era mancato qualcosa. Qualcuno. La persona che da subito aveva avuto un ruolo determinante nel richiamare l’attenzione di una casa discografica sui Luck. E come sempre riguardo a quel punto, Shane aveva ammesso di aver fatto un errore. Non avrebbe mai dovuto cedere, ma ormai era troppo tardi. Quello che aveva fatto era imperdonabile, anche se allora aveva creduto di fare la cosa giusta per garantire un futuro a suo fratello, per proteggerlo dai maltrattamenti di quella testa di cazzo del loro padre. Ma non si poteva tornare indietro. Mai più.E allora aveva pianto, tutto solo in quella stanza. In quello che sarebbe dovuto essere uno dei momenti più felici della sua vita, il peso di ciò che aveva perso lo aveva colpito duramente. No, non perso. Distrutto
Piper Vaughn (Moonlight Becomes You (Lucky Moon, #1))
L'anima non ha cultura. L'anima non ha nazione. L'anima non ha colore, accento stile di vita. L'anima è per sempre. L'anima è una. E quando il cuore prova un momento di verità, di dolore, l'anima non sa restare immobile. Uno dei motivi per cui abbiamo un terribile bisogno d'amore, e lo cerchiamo disperatamente, è perchè l'amore è l'unica cura per la solitudine, per la vergogna e la sofferenza. Ma alcuni sentimenti si nascondono così profondamenrte nel cuore che solo la solitudine può aiutarti a ritrovarli. Alcune verità sono così dolorose che solo la vergogna può aiutarti a sopportarle. E alcune circostanze sono così tristi che solo la tua anima può riuscire a urlare di dolore.
Gregory David Roberts (Shantaram)
Il Ka-Be è il Lager a meno del disagio fisico. Perciò, chi ancora ha seme di coscienza, vi riprende coscienza; perciò, nelle lunghissime giornate vuote, vi si parla di altro che di fame e di lavoro, e ci accade di considerare che cosa ci hanno fatti diventare, quanto ci è stato tolto, che cosa è questa vita. In questo Ka-Be, parentesi di relativa pace, abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci «Ricordati che devi morire», meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia. Se dall'interno dei Lager un messaggio avesse potuto trapelare agli uomini liberi, sarebbe stato questo: fate di non subire nelle vostre case ciò che a noi viene inflitto qui. Quando si lavora, si soffre e non si ha tempo di pensare: le nostre case sono meno di un ricordo. Ma qui il tempo è per noi: da cuccetta a cuccetta, nonostante il divieto, ci scambiamo visite, e parliamo e parliamo. La baracca di legno, stipata di umanità dolente, è piena di parole, di ricordi e di un altro dolore. «Heimweh» si chiama in tedesco questo dolore; è una bella parola, vuol dire «dolore della casa». Sappiamo donde veniamo: i ricordi del mondo di fuori popolano i nostri sonni e le nostre veglie, ci accorgiamo con stupore che nulla abbiamo dimenticato, ogni memoria evocata ci sorge davanti dolorosamente nitida. Ma dove andiamo non sappiamo. Potremo forse sopravvivere alle malattie e sfuggire alle scelte, forse anche resistere al lavoro e alla fame che ci consumano: e dopo? Qui, lontani momentaneamente dalle bestemmie e dai colpi, possiamo rientrare in noi stessi e meditare, e allora diventa chiaro che non ritorneremo. Noi abbiamo viaggiato fin qui nei vagoni piombati; noi abbiamo visto partire verso il niente le nostre donne e i nostri bambini; noi fatti schiavi abbiamo marciato cento volte avanti e indietro alla fatica muta, spenti nell'anima prima che dalla morte anonima. Noi non ritorneremo. Nessuno deve uscire di qui, che potrebbe portare al mondo, insieme col segno impresso nella carne, la mala novella di quanto, ad Auschwitz, è bastato animo all'uomo di fare dell'uomo.
Primo Levi (Survival in Auschwitz)
«Parlami.» Riesco a dirlo così piano che non sono sicuro che mi abbia sentito, finché non sento le sue labbra distendersi in un sorriso sui miei addominali. «Travis, devi essere dannatamente malato per chiedermi una cosa simile.» La sua voce grave mi fa rabbrividire. È Mack, lui, con la sua bella bocca da cattivo ragazzo, la sua voce grave e calda che richiama il sesso. Scende sui miei addominali e la sua lingua continua a uccidermi dolcemente tra un bacio e l’altro, mi lecca l’ombelico e continua quello che sta facendo, facendomi impazzire. Vorrei toccarlo anche io, ma le mie mani sono inerti, il mio corpo è privo di energia e solo Mack e le sue carezze riescono a ravvivarmi. La sua bocca mi scivola sul petto, lecca ogni centimetro del mio corpo a sua disposizione e il suo sedere, il suo magnifico sedere si strofina sul mio cazzo già duro e dolorante a sentirlo così vicino, e tuttavia troppo lontano. Si raddrizza, sento i rumori dei suoi vestiti che cadono al suolo, poi ritorna su di me. Il dolore è sempre là, ma lui è riuscito a relegarlo in secondo piano, dietro tutto quel desiderio accumulato tra noi e il piacere che mi offre. Probabilmente dovrei respingerlo. Sì, dovrei proprio farlo se ne fossi capace, ma anche se fossi pienamente lucido, lo lascerei fare perché è semplicemente troppo bello. Di solito non faccio troppi preliminari, non in questo modo, non con tanta dolcezza da essere quasi doloroso aspettare la prossima carezza o la prossima sensazione che scatenerà la sua bocca su di me. Mi scopro ad apprezzare questo suo modo di fare, perché è Mack e anche se può essere focoso, è anche molto tenero e dolce
Amheliie (Road)
[...] e così come si fu mosso appena appena un pochino, i piedi uniti di don Chisciotte si spostarono, e scivolando dalla sella, l'avrebbero sbattuto al suolo, se non fosse rimasto appeso al braccio; ciò che gli procurò tanto dolore che egli credette, o che gli recidevano il polso o che gli si strappava il braccio; difatti restò così vicino al suolo, che con la punta dei piedi baciava la terra, e questo era a suo danno perché, sentendo quanto ci mancava poco per mettere le piante dei piedi al suolo, si sforzava e si stirava per toccar terra, proprio come quelli posti alla tortura della carrucola, che stanno fa tocca, non tocca, e son loro stessi la causa che fa accrescere il loro dolore, per lo sforzo che fanno a stirarsi, ingannati dall'illusione che si fanno, che basti allungarsi un poco per arrivare a terra.
Miguel de Cervantes Saavedra (Don Quixote)
Già da tempo mi sono fatto un'idea vaga e generale di come sono assemblati i corpi umani, di come funzionano - quando funzionano - e di quali sono le cose che ne fanno cessare immancabilmente il funzionamento. Ma negli ultimi anni ho esaminato tutto più nel dettaglio. Ho visto il contrarsi e il rilassarsi dei muscoli, il tremore della stanchezza, il battere violento del cuore e il respiro affannoso del dolore e dell'angoscia. I singhiozzi muti nella gola di chi si dispera, lo sguardo basso, piatto, vitreo, di chi ha perso ogni speranza di riposo che non sia quello subdolo e fulmineo della morte. Ho sentito grida d'angoscia che supplicavano e poi maledicevano un dio apparentemente sordo e il logorio di polsi legati che si ricoprono di sangue e di vesciche. Ho visto queste cose e ho riflettuto su di esse e su ciò che implicano. Su ciò che significano.
Ann Leckie (The Raven Tower)
Non credo che la pratica della scienza possa andar disgiunta dal coraggio. Essa tratta il sapere, che è un pro¬dotto del dubbio; e col procacciare sapere a tutti su ogni cosa, tende a destare il dubbio in tutti. […] I moti dei corpi celesti ci sono divenuti più chiari; ma i moti dei potenti restano pur sempre imperscruta-¬bili ai popoli. […] Finché l'umanità continuerà a brancolare nella sua nebbia millenaria di superstizioni e di venerande sentenze, finché sarà troppo ignorante per sviluppare le sue proprie energie, non sarà nemmeno capace di svilup¬pare le energie della natura che le vengono svelate. […] Se gli uomini di scienza non reagiscono all'intimidazione dei potenti egoisti e si li¬mitano ad accumulare sapere per sapere, la scienza può rimanere fiaccata per sempre, ed ogni nuova macchina non sarà fonte che di nuovi triboli per l'uomo. E quan¬do, coll'andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall'umanità. Tra voi e l'umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro eureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universa¬le... […] Se io avessi resistito, i naturalisti avrebbero po¬tuto sviluppare qualcosa di simile a ciò che per i medici è il giuramento d'Ippocrate: il voto solenne di far uso della scienza ad esclusivo vantaggio dell'umanità. Così stando le cose, il massimo in cui si può sperare è una progenie di gnomi inventivi, pronti a farsi assoldare per qualsiasi scopo. […] Per alcuni anni ebbi la forza di una pubblica autorità; e misi la mia sapienza a disposizione dei potenti perché la usassero, o non la usassero, o ne abusassero, a seconda dei loro fini.. Ho tradito la mia professione; e quando un uomo ha fatto ciò che ho fatto io, la sua presenza non può es-sere tollerata nei ranghi della scienza
Bertolt Brecht (Galileo)
Finiscila, Jane! Dai troppo peso all'amore degli esseri umani. Sei troppo impulsiva, troppo irruenta. La mano divina che ha creato il tuo corpo, e poi vi ha soffiato dentro la vita, ti ha dotato di risorse che vanno ben oltre la tua fragilità dei tuoi simili. Al di là di questa terra e al di là del genere umano, c'è un mondo invisibile e un regno di anime. Quel mondo è tutto intorno a noi, perché è ovunque, e quelle anime vegliano su di noi, perché hanno il compito di proteggerci. E se stiamo morendo nel dolore e nella vergogna, se il disprezzo ci colpisce da ogni parte e l'odio ci schiaccia, gli angeli vedono i nostri tormenti, riconoscono la nostra innocenza e Dio, per incoronarci della meritata ricompensa, aspetta solo che il nostro spirito si separi dalla carne. E allora perché dobbiamo lasciarci sempre sopraffare dall'angoscia, quando la vita finisce in un attimo e la morte non è altro che un passaggio per la felicità, per la gloria?
Charlotte Brontë (Jane Eyre)
Ged issò la vela. Tutto aveva l'aria di essere stato usato a lungo, faticosamente, sebbene la vela rossocupa fosse rattoppata con grande cura e la barca fosse pulita e ben tenuta. erano come il loro padrone: erano andate lontano, e la vita non le aveva trattate con dolcezza. — Ora — disse Ged, — ora siamo partiti, ora siamo liberi, siamo andati, Tenar. Lo senti anche tu? Lei lo sentiva. Una mano tenebrosa aveva allentato la stretta che aveva serrato il suo cuore per tutta la vita. Ma non provava più gioia, come l'aveva provata invece tra le montagne. Abbassò la testa tra le braccia e pianse, e le sue guance erano umide e salmastre. Piangeva per lo spreco dei suoi anni, asserviti a un male inutile. Piangeva di dolore, perché era libera. Aveva incominciato ad apprendere il peso della libertà. La libertà è un fardello oneroso, un grande e strano fardello per lo spirito che se l'addossa. Non è agevole. Non è un dono ma una scelta, e la scelta può essere dura. La strada sale, verso la luce: ma il viandante oberato può anche non raggiungerla mai.
Ursula K. Le Guin (The Tombs of Atuan (Earthsea Cycle, #2))
Vedeva i mercanti commerciare, i principi andare a caccia, la gente in lutto piangere i suoi morti, le meretrici far copia di sé, i medici affannarsi per i loro ammalati, i sacerdoti stabilire il giorno per la semina, gli amanti amare, le madri allattare i loro bimbi – e tutto ciò non era degno dello sguardo dei suoi occhi, tutto mentiva, tutto puzzava, puzzava di menzogna, tutto simulava significato e felicità e bellezza, e tutto era inconfessata putrefazione. Amaro era il sapore del mondo. La vita, tormento. Una meta, una sola, si proponeva Siddhartha: diventare vuoto, vuoto di sete, vuoto di desideri, vuoto di sogni, vuoto di gioia e di dolore. Morire a se stesso, non essere più «Io», trovare la pace con il cuore svuotato, nella spersonalizzazione del pensiero rimanere aperto al miracolo, questa era la sua meta. Quando ogni residuo dell’Io fosse superato ed estinto, quando ogni brama e ogni impulso tacesse nel cuore, si sarebbe destata allora l’ultima essenza, lo strato più profondo dell’essere, quello che non è più Io: il grande mistero.
Hermann Hesse (Siddhartha)
È così tipico delle creature mortali e imperfette, d’altronde, rovinare con le proprie mani anche gli attimi di pura gioia. Sono così inaspettati e così intensi che, non appena li hai assaporati, sei così terrorizzato che cominci a prepararti, di tua spontanea volontà, a esserne privato. ========== L’amore, quando ti prende, è solo uno sbuffo rarefatto nel cielo, un’impalpabile scia che ti segna dentro, ma continua a mutare forma sotto il tuo sguardo, senza che tu possa dominarlo o costringerlo, o anche solo credere di farlo tuo per sempre. Insopportabilmente sfuggente come una nuvola, appare nel tuo cielo senza che tu possa farci nulla e, in modo ancor più repentino, senza che tu possa muovere un dito, se ne è già andato via. Non importa che tu sia là sotto, steso sul prato. Non puoi far altro che vedere scorrere le nuvole in alto, sopra il tuo corpo, sopra il tuo dolore, sopra i lividi dei tuoi ricordi. Non puoi far altro che disperarti, impotente, maledicendo le correnti dei venti che soffiano senza posa e che spazzano via ciò che è stato.
S.M. May (Nuvole)
[…] di lì a poco tutti noi, cioè il principe, Ivan Ivanyč ed io, ci saremmo separati e non per un'estate, per un anno e per due, ma per sempre. Sì, né più e né meno che per sempre e per non rivederci più, in nessun tempo, fino alla fine del mondo, mai! Un pensiero che, nonostante la sua evidente bizzarria, mi riempì di terrore. In realtà, noi che viviamo per un determinato periodo sulla terra con le stesse gioie e tristezze della vita, che guardiamo lo stesso cielo, che amiamo e odiamo in fin dei conti le stesse cose, tutti condannati a una stessa pena, a una stessa cancellazione dalla superficie della terra, dovremmo provare l'uno per l'altra un'infinita tenerezza, un commovente sentimento di vicinanza. Dovremmo gridare di terrore e dolore quando il destino ci divide disponendo ogni volta della completa possibilità di trasformare ogni nostra separazione, magari di pochi minuti, in separazione eterna. M a come si sa, sentimenti del genere ci sono del tutto estranei, e spesso ci separiamo persino dalle persone più care con la massima indifferenza.
Ivan Bunin
Quello era l’esatto contrario dell’arte, pensava Faulques. L’armonia di linee e di forme non aveva altro oggetto che arrivare alle chiavi intime del problema. Niente a che vedere con l’estetica, né tanto meno con l’etica che altri fotografi usavano – o dicevano di usare – come filtro dei loro obiettivi e del loro lavoro. Per lui tutto si era ridotto a muoversi nell’affascinante reticolo del problema della vita e i suoi danni collaterali. Le sue fotografie erano come gli scacchi: dove altri vedevano lotta, dolore, bellezza o armonia, Faulques osservava solo combinazioni di enigmi. Lo stesso valeva per il grande dipinto a cui lavorava adesso. Quanto cercava di risolvere su quella parete circolare era agli antipodi da ciò che la maggior parte delle persone chiamava arte. O forse accadeva che, una volta lasciato dietro di sé un certo punto ambiguo e senza ritorno dove, ormai prive di passione, languivano etica ed estetica, l’arte si trasformava – e forse le parole adeguate erano di nuovo – in una formula fredda e in qualche modo efficace. Uno strumento impassibile per contemplare la vita.
Arturo Pérez-Reverte (El pintor de batallas)
Addio, buon ladro” egli disse. “Io vado ora nelle sale di attesa a sedermi accanto ai miei padri, finché il mondo non sia rinnovato. Poiché ora l’oro e l’argento abbandono, e mi reco là dove essi non hanno valore, desidero separarmi da te in amicizia, e ritrattare quello che ho detto e fatto alla Porta”. Bilbo piegò un ginocchio a terra, pieno di dolore. “Addio, Re sotto la Montagna!” egli disse. “Amara è stata la nostra avventura, se doveva finire così; e nemmeno una montagna d’oro può essere un adeguato compenso. Tuttavia sono felice di aver condiviso i tuoi pericoli: questo è stato più di quanto un Baggins possa meritare”. “No!” disse Thorin. “In te c’è più di quanto tu non sappia, figlio dell’Occidente cortese. Coraggio e saggezza, in giusta misura mischiati. Se un maggior numero di noi stimasse cibo, allegria e canzoni al di sopra dei tesori d’oro, questo sarebbe un mondo più lieto. Ma triste o lieto, ora debbo lasciarlo. Addio!”. Allora Bilbo si allontanò, e se ne andò in disparte; tutto solo si sedette avvolto in una coperta e, lo crediate o no, pianse finché i suoi occhi non furono rossi e roca la voce”.
J.R.R. Tolkien
Osservò con attenzione i mobili intorno a sé; non capiva quel sottile dolore. Individuò così la nostalgia tra le venature del legno di un tavolino in stile Luigi XV. Da qualche parte, in quella città, riposava la collezione del signor Smith. Le statue di Venere e Marte giacevano l’una sull’altra, frantumate e dimenticate. Rovine su rovine; e poi la nostalgia della pace e delle sue stupide e infine piacevoli assurdità. Si stava meglio quando si stava peggio, ma no, non era vero; quello era il peggio e non aveva nulla di piacevole. Solo l’eroismo di una morte silenziosa, quindi vana. Graham percepì una profonda sfiducia nell’umanità. Forse nei singoli individui sopravviveva la speranza, nella loro capacità di essere giusti e di saper costruire un loro microcosmo perfetto. E le connessioni sarebbero venute da sé, un seme dà la vita a decine di altri semi e la battaglia tra luce e tenebre non ha mai fine. Nonostante tutto fosse ormai tenebra, il cuore della terra pulsava e sotto l’apparenza sterile prometteva di rinascere. Dietro le nuvole, dietro il nero fumo delle esplosioni, le stelle continuavano a brillare ignare dei destini di miliardi di vite.
Argyros Singh (Nessuna pietà)
Ho conosciuto anche, per mia fortuna, alcuni dei migliori uomini che la società ha dato alla mia generazione. Averli conosciuti mi rende orgoglioso. Alcuni sono morti, altri girano per il mondo, anonimi come sono sempre stati, senza sapere che furono per me, in alcuni momenti, esempio di qualcosa. Conoscerli non è stato un mio merito, ma se la mia vita non fosse stata quello che è stata, se non avessi fatto alcune scelte, essi non avrebbero attraversato la mia. Anche se non ho imparato tutto quello che avrebbero potuto insegnarmi, sapere che quegli uomini e quelle donne esistono, aver conosciuto la loro generosità, il loro talento, la loro forza e la loro capacità di resistenza mi fornisce una percezione dell’essere umano che altrimenti non avrei acquisito. In essi ho ammirato il coraggio e il talento, la capacità di resistenza al dolore e alle avversità. Ho ammirato la solidarietà primitiva di dare, anche nelle peggiori circostanze, quel poco che si ha a che ne ha bisogno senza neppure chiedergli il nome. Ho ammirato la forza per ricominciare la vita quando il cammino più facile era la morte. Le due cose che più ammiro e rispetto sono il coraggio e il talento. Ho conosciuto persone che avevano molto di entrambe.
Carlos Liscano (Lo scrittore e l'altro)
45 I giorni trascorsi in attesa dei risultati dell'esame erano stati un inferno. Evelyn aveva vissuto in una specie di nebbia, pregando e stipulando patti con un Dio nel quale non era neppure sicura di credere. Aveva promesso che se i risultati fossero stati negativi non si sarebbe lamentata mai più di nulla. Avrebbe trascorso il resto della sua esistenza a rallegrarsi di essere viva, a compiere buone azioni per i poveri, e sarebbe andata in chiesa ogni giorno. Ma il giorno dopo aver scoperto di essere sana e per nulla in punto di morte, come già aveva immaginato, era tornata quella di sempre. Solo che adesso, dopo quello spavento, era convinta che ogni dolore denunciasse l'insorgenza di un tumore: se fosse andata dal dottore a farsi visitare, non solo avrebbe scoperto di essere incurabilmente malata, ma sarebbe stata sottoposta a un'auscultazione al petto con uno stetoscopio e il medico l'avrebbe fatta ricoverare in ospedale per un'operazione a cuore aperto prima che lei potesse sfuggirgli. Insomma, viveva con un piede nella fossa. Quando si guardava il palmo della mano, le sembrava persino che la linea della vita diventasse ogni giorno più corta. Sapeva che non avrebbe retto un'altra volta all'attesa dei risultati di un esame e aveva deciso che preferiva non sapere se era malata e morire così, sui due piedi, possibilmente fulminata da un colpo. Quella mattina, mentre andavano alla casa di riposo, si rese conto che la sua vita stava diventando insopportabile. Ogni mattina mentiva a se stessa con il solo scopo di arrivare a sera.
Fannie Flagg (Fried Green Tomatoes at the Whistle Stop Cafe)
Dovessimo restare zitte e non parlare, il nostro abbigliamento e la condizione dei nostri corpi saprebbero tradire la vita che abbiamo condotta dopo il tuo esilio. Pensa un poco teco quanto più sfortunate di ogni donna vivente siamo noi qua venute, poiché la tua vista che dovrebbe far fluire di gioia i nostri occhi, far danzare i nostri cuori di consolazione, costringe quelli a piangere e questi a tremare di paura e di dolore, ponendo la madre, la sposa e il figlio a vedere il figlio, il marito e il padre che dilacera via le viscere della sua patria. E a noi poverine la tua inimicizia è quanto mai fatale: c’interdici le preghiere ai nostri Dei, ed è questo un conforto che tutti godono eccettuate noi; infatti, come possiamo noi, ahimè, come possiamo noi pregare per la nostra patria, a cui siamo vincolate. Insieme con la vittoria tua, a cui siamo ligie? Povere noi! O noi dobbiamo perdere la patria, nostra cara nutrice, o altrimenti perdere la tua persona, conforto nostro in patria. Subire noi dobbiamo una calamità evidente, anche se fosse soddisfatto il nostro augurio che da una parte abbia da vincere; perché o tu dovrai, come straniero rinnegato, essere condotto ammanettato per le nostre vie, oppure dovrai marciare trionfalmente sulle rovine della tua patria e meritar la palma per aver prodemente versato il sangue di tua moglie e dei tuoi figli. In quanto a me, o figlio, non intendo farmi ancella alla fortuna sinché non siano finite queste guerre: se non mi sia dato persuaderti di mostrare nobile amistà alle due parti anziché volere la morte di una, tu non marcerai ad assalire la tua patria senza prima calpestare – sta sicuro che non lo farai – il ventre di tua madre che ti ha messo a questo mondo. (Atto V, scena III)
William Shakespeare (Coriolanus)
Meravigliosa fu in realtà la mia vita, pensava, meravigliose vie ha seguito. Ragazzo, non ho avuto a che fare se non con dei e sacrifici. Giovane, non ho avuto a che fare se non con ascesi, meditazione e contemplazione, sempre in cerca di Brahma, sempre intento a venerare l'eterno nello Atman. Ma quando fui giovanotto mi riunii ai penitenti, vissi nella foresta, soffersi il caldo e il gelo, appresi a sopportare la fame, appresi a far morire il mio corpo. Meravigliosa mi giunse allora la rivelazione attraverso la dottrina del grande Buddha, e sentii la conoscenza dell'unità del mondo circolare in me come il mio stesso sangue. Ma anche da Buddha e dalla grande conoscenza mi dovetti staccare. Me n'andai, e appresi da Kamala la gioia d'amore, appresi da Kamaswami il commercio, accumulai denaro, dissipai denaro, appresi ad amare il mio stomaco, a lusingare i miei sensi. Molti anni dovetti impiegare per perdere lo spirito, disapprendere il pensiero, dimenticare l'unità. Non è forse come se lentamente e per grandi traviamenti io mi fossi rifatto, d'uomo, bambino, di saggio che ero, un uomo puerile? Eppure è stata buona questa via, e l'usignolo non è ancor morto nel mio petto. Ma che via fu questa! Son dovuto passare attraverso tanta sciocchezza, tanta bruttura, tanto errore, tanto disgusto e delusione e dolore, solo per ridiventare bambino e poter ricominciare da capo. Ma è stato giusto, il mio cuore lo approva, gli occhi miei ne ridono. Ho dovuto provare la disperazione, ho dovuto abbassarmi fino al più stolto di tutti i pensieri, al pensiero del suicidio, per poter rivivere la grazia, per riapprendere l'Om, per poter di nuovo dormire tranquillo e risvegliarmi sereno. Ho dovuto essere un pazzo, per sentire di nuovo l'Atman. Ho dovuto peccare per poter rivivere. Dove può ancora condurmi il mio cammino? Stolto è questo cammino, va strisciando obliquamente, forse va in cerchio. Ma vada come vuole, io son contento di seguirlo.
Hermann Hesse (Siddhartha)
Sempre que he pensat en la mort d'aquell home, […] l'he imaginat com vas dir tu, que se li van trencar totes les cordes de dins. Però hi ha mil maneres de mirar-s'ho: potser es trenquen les cordes, o potser s'enfonsa el nostre vaixell, o potser som herba, i les arrels són tan interdependents que ningú no es mor mentre encara hi hagi algú viu. El que dic és que, de metàfores, en tenim tantes com vulguem. Però s'ha de vigilar la que es tria, perquè és important. Si tries les cordes, llavors conceps un món en què et pots trencar sense que et puguin arreglar. Si tries l'herba, insinues que tots estem connectats fins a l'infinit, que podem utilitzar aquest sistema d'arrels no només per entendre'ns els uns als altres, sinó també per convertir-nos en l'altre. […] Les cordes fan que el dolor sembli més fatídic del que és, diria. No som tan fràgils com ens podrien fer entendre les cordes. I també m'agrada l'herba. L'herba m'ha portat fins a tu, m'ha ajudat a imaginar-te com una persona real. Però no som diferents brots de la mateixa planta. Jo no puc ser tu. Tu no pots ser jo. Es pot imaginar prou bé una altra persona, però mai a la perfecció, oi? Potser és més com deies abans, tots estem esquerdats. Tots comencem sent un vaixell hermètic, un compartiment estanc. I passen coses; la gent ens deixa, o no ens estima, o no ens entén, o no els entenem nosaltres, i ens perdem i ens decebem i ens ferim mútuament. I el vaixell es comença a esquerdar per molts llocs. I, és clar, un cop s'esquerda el vaixell, el final esdevé inevitable. […] Però hi ha tot un lapse de temps entre que es comencen a obrir les esquerdes fins que finalment ens trenquem. I és només durant aquest temps que ens podem veure, perquè nosaltres ens veiem a través de les esquerdes i veiem l'interior dels altres a través de les seves esquerdes. Quan ens hem vist cara a cara? No ha estat fins que tu m'has vist a través de les meves esquerdes i jo t'he vist a través de les teves. Abans, només miràvem idees d'un i altre […]. Però un cop el vaixell s'esquerda, la llum hi pot entrar. La llum en pot sortir.
John Green (Paper Towns)
Penso a ciò che mi disse Hobie: la bellezza cambia la venatura della realtà. E continuo a pensare anche a una verità più convenzionale: ovvero, che la ricerca della bellezza pura è una trappola, una scorciatoia per l’amarezza e il dolore, che la bellezza dev’essere sempre associata a qualcosa di più profondo. Ma cos’è quel qualcosa? Perché sono fatto così? Perché tengo alle cose sbagliate, e non mi curo di quelle giuste? O, per metterla in un altro modo: come è possibile che, pur rendendomi conto che tutto quel che amo o che m’interessa è un’illusione, io continui a sentire che tutto ciò per cui vale la pena vivere risiede proprio in quell’illusione? Un grande dolore, che comincio a comprendere solo adesso: il cuore non si sceglie. Non possiamo obbligarci a desiderare ciò che è bene per noi o per gli altri. Non siamo noi a determinare il tipo di persone che siamo. Perché – non ci martellano forse fin dall’infanzia con l’idea opposta, un luogo comune profondamente radicato nella nostra cultura, da William Blake a Lady Gaga, da Rousseau a Rumi alla Tosca a Mister Rogers, un messaggio curiosamente uniforme, trasversale: se sei in dubbio, cosa fai? Come fai a sapere cosa è giusto per te? Ogni psicologo, ogni consulente del lavoro, ogni principessa Disney conosce la risposta: «Sii te stesso». «Segui il tuo cuore.» Ma ecco ciò che vorrei davvero che qualcuno mi spiegasse. Cosa succede se ti ritrovi con un cuore inaffidabile? Se questo cuore, per ragioni imperscrutabili, ti porta ostinatamente, avvolto in una nube di indicibile fulgore, lontano da tutto ciò che è sano, dal conforto dei piaceri domestici, dal senso civico e dai legami sociali e da tutte quelle che vengono comunemente considerate virtù per trascinarti invece verso uno stupendo falò di rovina, immolazione e disastro? […] Se il tuo io più profondo ti conduce cantando dritto verso il fuoco, devi voltargli le spalle? Tapparti le orecchie con la cera? Ignorare il perverso splendore che il cuore ti grida contro? […] O è meglio tuffarsi di testa e con una risata nel sacro fuoco che chiama il tuo nome?
Donna Tartt (The Goldfinch)
L'unico esercizio fisico che Tess si concedeva a quell'epoca aveva luogo dopo il tramonto; solo allora, fuori nei boschi, le sembrava d'essere meno sola, sapeva come cogliere con precisione quell'attimo della sera, quando la luce e l'oscurità si compensano così equamente che le certezze del giorno e i dubbi della notte si neutralizzano, lasciando un'assoluta libertà mentale. È allora che il difficile impegno d'essere vivi si riduce al minimo. Non temeva le ombre, il suo unico pensiero sembrava quello di evitare l'umanità, o meglio, quella fredda sostanza in aumento chiamata mondo, che, così terribile nella massa, è così meschina, anzi penosa, nelle sue unità. Il suo incedere silenzioso su queste colline e valli solitarie si accordava perfettamente con l'elemento in mezzo a cui si muoveva. La sua figurina flessuosa e furtiva diveniva parte insostituibile della scena. A volte una stravagante fantasia la portava a rendere più intensi i processi della natura intorno a lei, fino a che sembravano partecipare alla sua stessa storia, anzi erano una parte della sua storia, perché il mondo è soltanto un fenomeno psicologico e tutto quello che sembra, in realtà esiste. Il vento improvviso e la brezza di mezzanotte, gemendo tra i germogli strettamente avviluppati e attraverso la corteccia dei ramoscelli invernali, erano forme di un amaro rimprovero. Un giorno piovoso era espressione di inconsolabile dolore per la sua debolezza da parte di un vago essere etico che lei non riusciva a classificare con precisione né come il Dio della sua fanciullezza, né come alcun altro essere. Ma questo essere circondata da elementi caratterizzati, basati su frammenti di convenzione, popolati da fantasmi e da voci avverse, era una triste ed errata creazione della fantasia di Tess: una nube di folletti maligni che la terrorizzava senza ragione. Erano loro, non lei, ad essere esclusi dall'armonia del mondo reale. Camminando tra gli uccelli addormentati nelle siepi, osservando i conigli saltare leggeri nelle conigliere illuminate dalla luna, o fermandosi sotto a un ramo carico di fagiani, Tess si sentiva come un'immagine della Colpa introdottasi nel rifugio dell'Innocenza. Voleva fare una distinzione dove non esisteva nessuna differenza. Si sentiva in antagonismo quando invece c'era un accordo perfetto. Aveva violato una legge sociale universalmente accettata, una legge sconosciuta al mondo che la circondava e dove supponeva di rappresentare una così grande anomalia.
Thomas Hardy (Tess of the d'Urbervilles)
Sì, ero stupida. I canali dei sensi si erano chiusi, non vi scorreva più il flusso della vita chissà da quando. Che errore era stato chiudere il significato della mia esistenza nei riti che Mario mi offriva con prudente trasporto coniugale. Che errore era stato affidare il senso di me alle sue gratificazioni, ai suoi entusiasmi, al percorso sempre più fruttuoso della sua vita. Che errore, soprattutto, era stato credere di non poter vivere senza di lui, quando da tempo non ero affatto certa che con lui fossi viva. Dov'era la sua pelle sotto le dita, per esempio, dove il calore della bocca. Se mi fossi interrogata a fondo - e avevo sempre evitato di farlo - avrei dovuto ammettere che il mio corpo, negli ultimi anni, era stato davvero ricettivo, davvero accogliente, solo in occasioni oscure, pure eventualità: il piacere di vedere e rivedere una conoscenza occasionale che mi aveva prestato attenzione, aveva lodato la mia intelligenza, il talento, mi aveva sfiorato una mano con ammirazione; un sussulto di gioia improvvisa per un incontro inatteso per strada, un compagno di lavoro di altri tempi; le schermaglie verbali, o i silenzi, con un amico di Mario che mi aveva fatto capire che avrebbe voluto essere soprattutto amico mio; il compiacimento per certe attenzioni di ambiguo segno che mi venivano rivolte in tante occasioni, forse sì forse no, più sì che no se solo avessi voluto, se avessi fatto un numero di telefono con una scusa giusta al momento giusto, accade non accade, il batticuore degli eventi dagli sbocchi imprevedibili. Forse di lì sarei dovuta partire, quando Mario mi aveva detto che voleva lasciarmi. Avrei dovuto muovere dal fatto che la figura accattivante di un uomo quasi estraneo, un uomo del caso, un "forse" tutto da sbrogliare ma gratificante, era capace di dar senso, mettiamo, a un odore fugace di benzina, al tronco grigio di un platano di città, e fissare per sempre in quel luogo fortuito di incontro un sentimento intenso di letizia, un'attesa; mentre niente, niente di Mario possedeva più lo stesso movimento terremotizio, e ogni gesto aveva solo il potere di essere collocato sempre al posto giusto, nella stessa rete sicura, senza scarti, senza dismisure. Se fossi partita da lì, da quelle mie emozioni segrete, forse avrei capito meglio perché lui se ne era andato e perché io, che al disordine occasionale del sangue avevo sempre opposto la stabilità del nostro ordine di affetti, ora provavo così violentemente il rammarico della perdita, un dolore intollerabile, l'ansia di precipitare fuori dalla tessitura di certezze e dover reimparare la vita senza la sicurezza di saperlo fare.
Elena Ferrante (The Days of Abandonment)
Donna pietosa e di novella etate, adorna assai di gentilezze umane, ch’era là ’v’io chiamava spesso morte, veggendo li occhi miei pien di pietate, e ascoltando le parole vane, si mosse con paura a pianger forte. e altre donne, che si fuoro accorte di me per quella che meco piangía, fecer lei partir via, e approssimâsi per farmi sentire. Qual dicea: "Non dormire", e qual dicea: "Perché sì ti sconforte?" Allor lassai la nova fantasia, chiamando il nome de la donna mia. Era la voce mia sì dolorosa e rotta sì da l’angoscia del pianto, ch’io solo intesi il nome nel mio core; e con tutta la vista vergognosa ch’era nel viso mio giunta cotanto, mi fece verso lor volgere Amore. Elli era tale a veder mio colore, che facea ragionar di morte altrui: "Deh, consoliam costui" pregava l’una l’altra umilemente; e dicevan sovente: "Che vedestù, che tu non hai valore?" E quando un poco confortato fui, io dissi: "Donne, dicerollo a vui. Mentr’io pensava la mia frale vita, e vedea ’l suo durar com’è leggiero, piansemi Amor nel core, ove dimora; per che l’anima mia fu sì smarrita, che sospirando dicea nel pensero: - Ben converrà che la mia donna mora -. Io presi tanto smarrimento allora, ch’io chiusi li occhi vilmente gravati, e furon sì smagati li spirti miei, che ciascun giva errando; e poscia imaginando, di caunoscenza e di verità fora, visi di donne m’apparver crucciati, che mi dicean: - pur morràti, morràti -. Poi vidi cose dubitose molte, nel vano imaginare ov’io entrai; ed esser mi parea non so in qual loco, e veder donne andar per via disciolte, qual lagrimando, e qual traendo guai, che di tristizia saettavan foco. Poi mi parve vedere a poco a poco turbar lo sole e apparir la stella, e pianger elli ed ella; cader li augelli volando per l’âre, e la terra tremare; ed omo apparve scolorito e fioco, dicendomi: - Che fai? non sai novella? Morta è la donna tua, ch’era sì bella -. Levava li occhi miei bagnati in pianti, e vedea (che parean pioggia di manna), li angeli che tornavan suso in cielo, e una nuvoletta avean davanti, dopo la qual gridavan tutti: -"Osanna"- e s’altro avesser detto, a voi dirèlo. Allor diceva Amor: - Più nol ti celo; vieni a veder nostra donna che giace -. Lo imaginar fallace mi condusse a veder madonna morta; e quand’io l’ebbi scorta, vedea che donne la covrían d’un velo; ed avea seco umiltà verace, che parea che dicesse: - Io sono in pace -. Io divenia nel dolor sì umile, veggendo in lei tanta umiltà formata, ch’io dicea: - Morte, assai dolce ti tegno; tu dei omai esser cosa gentile, poi che tu se’ ne la mia donna stata, e dèi aver pietate e non disdegno. Vedi che sì desideroso vegno d’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede. Vieni, ché ’l cor te chiede -. Poi mi partia, consumato ogne duolo; e quand’io era solo, dicea, guardando verso l’alto regno: - Beato, anima bella, chi te vede! - Voi mi chiamaste allor, vostra mercede".
Dante Alighieri
[Canzone II] Donna pietosa e di novella etate, adorna assai di gentilezze umane, ch’era là ’v’io chiamava spesso morte, veggendo li occhi miei pien di pietate, e ascoltando le parole vane, si mosse con paura a pianger forte. e altre donne, che si fuoro accorte di me per quella che meco piangía, fecer lei partir via, e approssimâsi per farmi sentire. Qual dicea: "Non dormire", e qual dicea: "Perché sì ti sconforte?" Allor lassai la nova fantasia, chiamando il nome de la donna mia. Era la voce mia sì dolorosa e rotta sì da l’angoscia del pianto, ch’io solo intesi il nome nel mio core; e con tutta la vista vergognosa ch’era nel viso mio giunta cotanto, mi fece verso lor volgere Amore. Elli era tale a veder mio colore, che facea ragionar di morte altrui: "Deh, consoliam costui" pregava l’una l’altra umilemente; e dicevan sovente: "Che vedestù, che tu non hai valore?" E quando un poco confortato fui, io dissi: "Donne, dicerollo a vui. Mentr’io pensava la mia frale vita, e vedea ’l suo durar com’è leggiero, piansemi Amor nel core, ove dimora; per che l’anima mia fu sì smarrita, che sospirando dicea nel pensero: - Ben converrà che la mia donna mora -. Io presi tanto smarrimento allora, ch’io chiusi li occhi vilmente gravati, e furon sì smagati li spirti miei, che ciascun giva errando; e poscia imaginando, di caunoscenza e di verità fora, visi di donne m’apparver crucciati, che mi dicean: - pur morràti, morràti -. Poi vidi cose dubitose molte, nel vano imaginare ov’io entrai; ed esser mi parea non so in qual loco, e veder donne andar per via disciolte, qual lagrimando, e qual traendo guai, che di tristizia saettavan foco. Poi mi parve vedere a poco a poco turbar lo sole e apparir la stella, e pianger elli ed ella; cader li augelli volando per l’âre, e la terra tremare; ed omo apparve scolorito e fioco, dicendomi: - Che fai? non sai novella? Morta è la donna tua, ch’era sì bella -. Levava li occhi miei bagnati in pianti, e vedea (che parean pioggia di manna), li angeli che tornavan suso in cielo, e una nuvoletta avean davanti, dopo la qual gridavan tutti: -"Osanna"- e s’altro avesser detto, a voi dirèlo. Allor diceva Amor: - Più nol ti celo; vieni a veder nostra donna che giace -. Lo imaginar fallace mi condusse a veder madonna morta; e quand’io l’ebbi scorta, vedea che donne la covrían d’un velo; ed avea seco umiltà verace, che parea che dicesse: - Io sono in pace -. Io divenia nel dolor sì umile, veggendo in lei tanta umiltà formata, ch’io dicea: - Morte, assai dolce ti tegno; tu dei omai esser cosa gentile, poi che tu se’ ne la mia donna stata, e dèi aver pietate e non disdegno. Vedi che sì desideroso vegno d’esser de’ tuoi, ch’io ti somiglio in fede. Vieni, ché ’l cor te chiede -. Poi mi partia, consumato ogne duolo; e quand’io era solo, dicea, guardando verso l’alto regno: - Beato, anima bella, chi te vede! - Voi mi chiamaste allor, vostra mercede".
Dante Alighieri
Sempre più lento andava il pensieroso e si chiedeva frattanto: « Ma che è dunque ciò che avevi voluto apprendere dalle dottrine e dai maestri, e che essi, pur avendoti rivelato tante cose, non sono riusciti a insegnarti? ». Ed egli trovò: « L'Io era, ciò di cui volevo apprendere il senso e l'essenza. L'Io era, ciò di cui volevo liberarmi, ciò che volevo superare. Ma non potevo superarlo, potevo soltanto ingannarlo, potevo soltanto fuggire o nascondermi davanti a lui. In verità, nessuna cosa al mondo ha tanto occupato i miei pensieri come questo mio Io, questo enigma ch'io vivo, d'essere uno, distinto e separato da tutti gli altri, d'essere Siddharta! E su nessuna cosa al mondo so tanto poco quanto su di me, Siddharta!». Colpito da questo pensiero s'arrestò improvvisamente nel suo lento cammino meditativo, e tosto da questo pensiero ne balzò fuori un altro, che suonava: « Che io non sappia nulla di me, che Siddharta mi sia rimasto così estraneo e sconosciuto, questo dipende da una causa fondamentale, una sola: io avevo paura di me, prendevo la fuga davanti a me stesso! L'Atman cercavo, Brahma cercavo, e volevo smembrare e scortecciare il mio Io, per trovare nella sua sconosciuta profondità il nocciolo di tutte le cortecce, l'Atman, la vita, il divino, l'assoluto. Ma proprio io, intanto, andavo perduto a me stesso ». Siddharta schiuse gli occhi e si guardò intorno, un sorriso gli illuminò il volto, e un profondo sentimento, come di risveglio da lunghi sogni, lo percorse fino alla punta dei piedi. E appena si rimise in cammino, correva in fretta, come un uomo che sa quel che ha da fare. « Oh! » pensava respirando profondamente « ora Siddharta non me lo voglio più lasciar scappare! Basta! cominciare il pensiero e la mia vita con l'Atman e col dolore del mondo! Basta! uccidermi e smembrarmi, per scoprire un segreto dietro le rovine! Non sarà più lo Yoga-Veda a istruirmi, né l'Atharva-Veda, né gli asceti, né alcuna dottrina. Dal mio stesso Io voglio andare a scuola, voglio conoscermi, voglio svelare quel mistero che ha nome Siddharta ». Si guardò attorno come se vedesse per la prima volta il mondo. Bello era il mondo, variopinto, raro e misterioso era il mondo! Qui era azzurro, là giallo, più oltre verde, il cielo pareva fluire lentamente come i fiumi, immobili stavano il bosco e la montagna, tutto bello, tutto enigmatico e magico, e in mezzo v'era lui, Siddharta, il risvegliato, sulla strada che conduce a se stesso. Tutto ciò, tutto questo giallo e azzurro, fiume e bosco penetrava per la prima volta attraverso la vista in Siddharta, non era più l'incantesimo di Mara, non era più il velo di Maya, non era più insensata e accidentale molteplicità del mondo delle apparenze, spregevole agli occhi del Brahmino, che, tutto dedito ai suoi profondi pensieri, scarta la molteplicità e solo dell'unità va in cerca. L'azzurro era azzurro, il fiume era fiume, e anche se nell'azzurro e nel fiume vivevan nascosti come in Siddharta l'uno e il divino, tale era appunto la natura e il senso del divino, d'esser qui giallo, là azzurro, là cielo, là bosco e qui Siddharta. Il senso e l'essenza delle cose erano non in qualche cosa oltre e dietro loro, ma nelle cose stesse, in tutto. « Come sono stato sordo e ottuso! » pensava, e camminava intanto rapidamente. «Quand'uno legge uno scritto di cui vuoi conoscere il senso, non ne disprezza i segni e le lettere, né li chiama illusione, accidente e corteccia senza valore, bensì li decifra, li studia e li ama, lettera per lettera. Io invece, io che volevo leggere il libro del mondo e il libro del mio proprio Io, ho disprezzato i segni e le lettere, a favore d'un significato congetturato in precedenza, ho chiamato illusione il mondo delle apparenze, ho chiamato il mio occhio e la mia lingua fenomeni accidentali e senza valore. No, tutto questo è finito, ora son desto, mi sono risvegliato nella realtà e oggi nasco per la prima volta.
Hermann Hesse (Siddhartha)
sa qualcosa che le impedisce di vivere, qualcosa che bisognerebbe conoscere solo quando si è decrepiti. Impariamo a trovare incognite nelle equazioni, tracciare rette parallele e dimostrare teoremi, ma nella vita vera non c'è niente da porre, calcolare o risolvere. E' come per la morte dei neonati. Dolore, e nient'altro. Un grande dolore che non si dissolve nell'acqua o nell'aria, una specie di componente solido che resiste a tutto. [...] Se decidessimo di andare contro quello che si deve o non si deve fare, se decidessimo che le cose possono essere diverse anche se è complicato, molto più di quando sembri?
Delphine de Vigan (No and Me)
Per qualche strano motivo avevo dei poteri, abilità straordinarie che mi rendevano diverso da qualsiasi altro essere umano, ma avevo lasciato che il dolore, la rabbia e la paura fossero i miei unici appigli.
Alexias D'Avino (La memoria di Areté)
Amare significa capire. E capire significa non già elogiare o perdonare, a seconda dei casi, ma immedesimarsi, con la nostra gioia o il nostro dolore, in chi si ama a tal punto da far nostre le sue ragioni, anche quando esse possono abbattere e travolgere gli argini della norma...
Alberto Bevilacqua (Gialloparma)
Io ci aggiunsi, all'eredità biologica ricevuta, l'orrore delle immagini e dei dipinti che dipingono il non dipingibile: in modo particolare l'orrore della mia immagine, iconoclasta o almeno autoiconiclasta assoluto, teoretico e pratico. tratto da Ricordo di mia madre [risposta a “Oggi,,, per il dott. Giovanni di Giovanni”]
Carlo Emilio Gadda (La cognizione del dolore)
Ognuno di noi è come un Paese. Per proteggerci, possiamo costruire muri intorno a noi, proibire l’ingresso a chiunque, bloccare tutte le visite, non accogliere nessuno, nascondere la bellezza dei tesori che sono in noi. Costruire solo muri ci porta a essere tristi e soli. Ma possiamo anche decidere di concedere dei visti e lasciare che le persone vedano tutte le ricchezze che possiamo offrire. Possiamo decidere che chi ci visita veda il nostro dolore e il coraggio che ci ha permesso di sopravvivere. Accogliere altre persone, lasciare che vedano il nostro Paese, è la chiave della felicità.
Benjamin Alire Sáenz (Aristotle and Dante Dive into the Waters of the World (Aristotle and Dante, #2))
Sono passati molti anni, pieni di guerra, e di quello che si usa chiamare la Storia. Spinto qua e là alla ventura, non ho potuto finora mantenere la promessa fatta, lasciandoli, ai miei contadini, di tornare fra loro, e non so davvero se e quando potrò mai mantenerla. Ma, chiuso in una stanza, e in un mondo chiuso, mi è grato riandare con la memoria a quell'altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte. – Noi non siamo cristiani, – essi dicono, – Cristo si è fermato a Eboli –. Cristiano vuol dire, nel loro linguaggio, uomo: e la frase proverbiale che ho sentito tante volte ripetere, nelle loro bocche non è forse nulla piú che l'espressione di uno sconsolato complesso di inferiorità. Noi non siamo cristiani, non siamo uomini, non siamo considerati come uomini, ma bestie, bestie da soma, e ancora meno che le bestie, i fruschi, i frusculicchi, che vivono la loro libera vita diabolica o angelica, perché noi dobbiamo invece subire il mondo dei cristiani, che sono di là dall'orizzonte, e sopportarne il peso e il confronto. Ma la frase ha un senso molto piú profondo, che, come sempre, nei modi simbolici, è quello letterale. Cristo si è davvero fermato a Eboli, dove la strada e il treno abbandonano la costa di Salerno e il mare, e si addentrano nelle desolate terre di Lucania. Cristo non è mai arrivato qui, né vi è arrivato il tempo, né l'anima individuale, né la speranza, né il legame tra le cause e gli effetti, la ragione e la Storia. Cristo non è arrivato, come non erano arrivati i romani, che presidiavano le grandi strade e non entravano fra i monti e nelle foreste, né i greci, che fiorivano sul mare di Metaponto e di Sibari: nessuno degli arditi uomini di occidente ha portato quaggiú il suo senso del tempo che si muove, né la sua teocrazia statale, né la sua perenne attività che cresce su se stessa. Nessuno ha toccato questa terra se non come un conquistatore o un nemico o un visitatore incomprensivo. Le stagioni scorrono sulla fatica contadina, oggi come tremila anni prima di Cristo: nessun messaggio umano o divino si è rivolto a questa povertà refrattaria. Parliamo un diverso linguaggio: la nostra lingua è qui incomprensibile. I grandi viaggiatori non sono andati di là dai confini del proprio mondo; e hanno percorso i sentieri della propria anima e quelli del bene e del male, della moralità e della redenzione. Cristo è sceso nell'inferno sotterraneo del moralismo ebraico per romperne le porte nel tempo e sigillarle nell'eternità. Ma in questa terra oscura, senza peccato e senza redenzione, dove il male non è morale, ma è un dolore terrestre, che sta per sempre nelle cose, Cristo non è disceso. Cristo si è fermato a Eboli.
Carlo Levi (Christ Stopped at Eboli: The Story of a Year)
Splendide, le perle. E strane. Non cose inerti, ma neppure vive. Nascono in un'ostrica il cui aspetto è simile allo scoglio cui l'ostrica stessa è attaccata, ma il loro interno è accogliente e vibra della luminescenza della madreperla. E nascono da un dolore. La loro origine è legata a un corpo estraneo che entra nellìostrica e la costringe a reagire, a creare una concrezione di madreperla intorno a quell'elemento che ne ferisce le carni. Dalla sofferenza nasce la bellezza, come per molte cose rare e preziose.
Stefania Auci (L'inverno dei Leoni)
Cristiano anni fa mi ha raccontato una storia sul nostro lago: sorgeva, in passato, al centro una città di nome Sabazia, era una città florida, il commercio era fiorente, l’agricoltura nelle terre limitrofe non vedeva siccità o pericoli, c’era abbondanza al mercato, lungo le vie, ma la sua gente era contrita, velenosa, acre, non c’era nessuno che possedesse qualità. Così la città e i suoi abitanti vennero puniti da Dio che decise di far piovere molta acqua sulle case, sulle mura, nei cortili, sui panni stesi ai fili e sulle aie dove venivano governati i maiali, sopra alle stalle dei cavalli, l’acqua scese e scese, tanto da portare una inondazione che coprì Sabazia. Solo una fanciulla si salvò perché un giovane misterioso le consigliò di correre via con lui. La ragazza chiese perdono a Dio e si rifugiò in una chiesa, lontana dal paese, lì dichiarò che sarebbe per sempre stata lodevole, santa. Guardo il lago, è tornato cupo ai miei occhi, immobile, non emette alcun suono, sembra moribondo, caduto in un sonno insalubre. [...] Mi è chiaro, solo ora con assoluta certezza, che al centro del lago non c’è alcuna città Sabazia, come non c’è un presepe sotto il molo, come non ci sono fantasmi al Castello Odescalchi o streghe che si aggirano tra le dune di sabbia quando il sole cala, questi paesi vivono di narrazioni posticce, hanno creato mitologia sui sassi e le pietre vulcaniche, con la loro leggenda volevano esorcizzare i bruti e gli svergognati, punirli, sciacquarne via i peccati, ma le storie non bastano, non raccontano tutte le verità, ed è evidente che non c’è stata conversione, non è esistita nessuna donna superstite, nessuna donna benedetta; esistono solo le donne di sangue, come me.
Giulia Caminito (L'acqua del lago non è mai dolce)
Adesso non sono più nulla. Un corpo forse. Sì, quello ancora sì. Un corpo pieno di fessure. Tagli sul cuore, tagli nell’anima. Non è sangue che esce. È luce. Vita partorita dal buio.
Luca Giumento (Il dolore dei pesci (Italian Edition))
Nel più profondo del suo spirito Tazaki Tsukuro capì. A unire il cuore delle persone non è soltanto la sintonia dei sentimenti. I cuori delle persone vengono uniti ancora più intimamente dalle ferite. Sofferenza con sofferenza. Fragilità con fragilità. Non c'è pace esente da grida di dolore, non c'è perdono senza sangue sparso sul terreno, non c'è accettazione che non nasca da una perdita. Perché alla radice della vera armonia ci sono dolore, sangue e perdite
Haruki Murakami (Colorless Tsukuru Tazaki and His Years of Pilgrimage)
La Buddità è la sorgente della compassione, del coraggio e della saggezza. Solo coloro che riescono a stabilire il supremo mondo di Buddità come tendenza di base della propria vita possono sottomettere la paura della morte al punto da riuscire a utilizzare la propria morte per salvare gli altri. Ma i mondi di Bodhisattva e di Buddità non possono essere simulati. Se la compassione che una persona ha mostrato durante la sua vita era soltanto una finzione, la morte lo rivelerà. La morte è la grande smascheratrice. Il dolore e la paura che porta con sé mettono fine alle false convinzioni e alle false fedi. Di fronte alla morte i sentimenti simulati e i desideri meschini vengono svelati. La morte smaschera invariabilmente una natura malvagia, anche se questa è stata abilmente occultata per tutta la vita. Solo vivendo una vita autenticamente buona si può essere sicuri che la propria morte sarà una fonte di forza e di verità per coloro che restano. Una volta morti, perdiamo qualunque potere di cambiare noi stessi. Il cambiamento automotivato è impossibile, perché le forze che animano i tre corpi – il corpo di manifestazione, il corpo di retribuzione e il corpo della Legge – sono divenute latenti. Ovviamente, se una persona è nel mondo di Bodhisattva o in quello di Buddità non ha alcun bisogno di cambiare se stessa. Ma se si trova in uno dei cattivi sentieri, con la morte la sua sofferenza diventa più intensa che in vita. Invece di potersi spostare da un mondo all’altro, è bloccata nel mondo verso il quale la sua vita era orientata. Se questo mondo è il mondo di Inferno, non sperimenterà più l’inferno personale ma quello universale; se è il mondo di Avidità, non proverà più una fame occasionale ma una fame incessante. Nel cosmo, così come nella nostra vita individuale, i dieci mondi esistono l’uno nell’altro, ma i morti, essendo insenzienti, possono sperimentare solo il mondo in cui la loro vita li ha condotti.
Daisaku Ikeda (La vita: Mistero prezioso (Italian Edition))
La storia della nostra vita non sarà nobile o piacevole, ma almeno abbiamo una vita, e questo è abbastanza. Nel formulare quelle riflessioni affondò i piedi nella sabbia, avvertendo tra le dita il lieve, delizioso dolore derivante dall'attrito dei minuscoli granelli sulla carne tenera. Questa era la vita: era sporca, faceva male, ed era molto, molto bella.
Orson Scott Card
Il ritorno alla coscienza fu puro dolore, e Virgilio non ne fu sorpreso. Era mai andata diversamente all’Inferno?
Luca Tarenzi (La guerra (L'ora dei dannati #3))
Non c’è dolore.
Luca Tarenzi (La guerra (L'ora dei dannati #3))
«... Basta! Silenzio! Basta...» «... Ci sentiranno, sentiranno il nostro Coro...» «... Non possono sentirci, le loro voci sono troppo forti...» «... Troppe voci! Basta!» La Creatura che non aveva più un nome si rannicchiò nel buio e si strinse la testa tra le mani, pur sapendo che non avrebbe fermato il frastuono che le martellava nel cranio.
Luca Tarenzi (La guerra (L'ora dei dannati #3))
Non sto pensando a niente, e questa cosa centrale, che a sua volta non è niente, mi è gradita come l’aria notturna, fresca in confronto all’estate calda del giorno. Che bello, non sto pensando a niente! Non pensare a niente è avere l’anima propria e intera. Non pensare a niente è vivere intimamente il flusso e riflusso della vita... Non sto pensando a niente. E’ come se mi fossi appoggiato male. Un dolore nella schiena o sul fianco, un sapore amaro nella bocca della mia anima: perché, in fin dei conti, non sto pensando a niente, ma proprio a niente, a niente...
Fernando Pessoa
Se spariranno i libri, sparirà la storia, e spariranno anche gli esseri umani ... I libri non sono soltanto la somma arbitraria dei nostri sogni, e la nostra memoria. Ci offrono anche un modello di autotrascendenza. C'è chi pensa che la lettura sia soltanto una forma di evasione: un'evasione dal mondo «reale» di tutti i giorni, verso un mondo immaginario, il mondo dei libri. I libri sono molto di più. Sono una maniera per essere pienamente umani.
Susan Sontag (Odio sentirmi una vittima: Intervista su amore, dolore e scrittura con Jonathan Cott)
Si trovava in una fila di schiavi e davanti a lui c’era un bambino che lacrimava sangue. Il dolore per il piccolo era insopportabile e la paura lo faceva tremare. A pensarci bene neanche lui si sentiva meglio. Cosa ci faceva in quella fila di schiavi? Dove stava andando? La strada era in salita e con le catene ai piedi non riusciva a camminare come avrebbe voluto. La stanchezza in quel modo avrebbe preso il sopravento ancor prima di quanto avrebbe creduto. Non sapeva dove era diretto ma aveva come la sensazione che la morte sarebbe giunta presto. D’altronde in quella situazione non riusciva a immaginare diversamente. In lontananza notò un leggero movimento. Su un cavallo nero, alto il doppio del solito, si ergeva la figura di un cavaliere. Un cavaliere molto diverso da quelli che conosceva. Quello che più colpi Zack a prima vista fu l’elmo. Un elmo a forma di teschio i cui occhi però erano incisi come a sembrare fiamme ardenti. Nella sua schiena portava una spada. L’elsa dell’arma era molto elegante, seppur tetra. Si trattava di una stele di rosa il cui colore era ovvio immaginare fosse il nero. Una rosa nera. Come mai un simbolo simile? Il più bel fiore del paradiso trasformato nel più infame dei simboli. Il cavaliere camminava a passo d’uomo e lanciava occhiate a tutti gli schiavi. …quello sguardo…! C’era qualcosa di familiare in quello sguardo. Una luce che aveva visto da qualche altra parte ma non ricordava dove! Poi ad un tratto il cavaliere si fermò! Proprio di fronte a Zack. ...quegli occhi…
Giuseppe Gentili
Ma Domineddio non la pensa così. Dispone le cose come meglio Gli aggrada, incurante dei destino degli uomini, del loro dolore. E gli uomini si illudono di poter disporre del tempo , di progettare un futuro, di poter fare i conti senza l’oste, che è onnipotente. E fa e disfà, e crea e uccide, secondo le sue bizze misteriose.
Vittorio De Agrò (Ninni, mio padre)
Per me i cadaveri sono disgustosi. Puzzano e se sono lì da un po' sono pieni di vermi. Ma in fondo che cosa importa? Sono morti. Non soffrono più e se non ti piacevano quando erano vivi, perché turbarsi tanto ora che sono morti? Cory è rimasta sconvolta. Se la prende con me perché condivido il dolore dei vivi, ma lei cerca di condividerlo con i morti.
Octavia E. Butler (Parable of the Sower (Earthseed, #1))
A unire il cuore delle persone non è soltanto la sintonia dei sentimenti. I cuori delle persone vengono uniti ancora piú intimamente dalle ferite. Sofferenza con sofferenza. Fragilità con fragilità. Non c’è pace esente da grida di dolore, non c’è perdono senza sangue sparso sul terreno, non c’è accettazione che non nasca da una perdita. Perché alla radice della vera armonia ci sono dolore, sangue e perdite.
Haruki Murakami
In tribunale il valore del diario di Isabella rimase dubbio. Come ogni altro libro dello stesso genere, oltre che di ricordi era fatto anche di aspettative: era provvisorio e instabile, si situava al confine tra pensiero e azione, desiderio e realtà. Ma, come cruda testimonianza emotiva, era un’opera che lasciava attoniti, che poteva destare entusiasmo o allarme. Il diario diede ai suoi lettori vittoriani un’immagine del futuro, come offre a noi un’immagine del nostro mondo plasmato sul passato. Sicuramente non ci dice ciò che accadde nella vita di Isabella, ma ci dice ciò che lei desiderava. Il diario dipingeva un ritratto delle libertà a cui le donne avrebbero potuto aspirare, se avessero rinunciato a credere in Dio e nel matrimonio: il diritto ad avere delle proprietà e del denaro, a ottenere la custodia dei figli, a sperimentare dal punto di vista sessuale ed intellettuale. Accennava anche al dolore e alla confusione che queste libertà avrebbero generato. Nel decennio in cui la Chiesa rinunciò al proprio controllo sul matrimonio e Darwin gettò nel dubbio più profondo le origini spirituali dell’umanità, quel diario era un segno dei tumulti che si sarebbero verificati. In una pagina senza data Isabella si rivolgeva esplicitamente a un futuro lettore. «Una settimana del nuovo anno se n’è già andata, - esordiva. – Ah! Se avessi la speranza dell’altra vita di cui parla mia madre (oggi lei e mio fratello mi hanno scritto delle lettere affettuose), e che il signor B. ci ha sollecitato a conquistarci, sarei allegra e felice. Ma, ahimé!, non ce l’ho, e non potrò mai ottenerla; e per quanto riguarda questa vita, la mia anima è invasa e lacerata dalla rabbia, dalla sensualità, dall’impotenza e dalla disperazione, che mi riempiono di rimorso e di cattivi presentimenti». «Lettore, -scrisse – tu vedi la mia anima più nascosta. Devi disprezzarmi e odiarmi. Ti soffermi anche a provare pietà? No; perché quando leggerai queste pagine, la vita di colei che “era troppo flessibile per la virtù; troppo virtuosa per diventare una cattiva fiera e trionfante” sarà finita». Era una citazione imprecisa dall’opera teatrale The Fatal Falsehood (1779) di Hannah More, in cui un giovane conte italiano – un «miscuglio di aspetti strani e contraddittori» – si innamora perdutamente di una donna promessa al suo migliore amico. Quando Edward Lane lesse il diario, fu questo passaggio in particolare a suscitare la sua rabbia e il suo disprezzo: «Si rivolge al Lettore! – scrisse a Combe – Ma chi è il Lettore? Allora quel prezioso diario è stato scritto per essere pubblicato, o, almeno, era destinato a un erede della sua famiglia? In entrambi i casi, io affermo che è completa follia – e se anche non ci fossero ulteriori pagine, in questo guazzabuglio farraginoso, a confermare la mia ipotesi, a mio parere questa sarebbe già sufficiente». Eppure il richiamo di Isabella a un lettore immaginario può, al contrario, fornire la spiegazione più limpida del perché avesse tenuto il diario. Almeno una parte di lei voleva essere ascoltata. Coltivava la speranza che qualcuno, leggendo quelle parole dopo la sua morte, avrebbe esitato prima di condannarla; che un giorno la sua storia potesse essere accolta con compassione e perfino amore. In assenza di un aldilà spirituale, noi eravamo l’unico futuro che aveva. «Buona notte, - concludeva, con una triste benedizione: - Possa tu essere più felice!».
Kate Summerscale (Mrs. Robinson's Disgrace: The Private Diary of a Victorian Lady)
La Siberia va guardata così, in questa luce di fatica e di rassegnazione; è un paese notturno, come l'anima dei suoi giganti. Se giudici Dostojewski col metro della letteratura ti sembra uno scoglio nell'oceano; ma se lo prendi come vivandiere di spiriti affamati, maestro di proscritti, notaio del dolore vivente, allora t'accorgi che il suo regno è più vasto di quello conquistato da Ivan il Terribile e più duraturo di quello consacrato dal Kremlino. E finché sarà vivo uno di questi esiliati, finché ci saranno mamme che traghettano i grandi fiumi siberiani stringendo al cuore le loro creature, per difenderle dal gelo e dalla morte, finché esisteranno perseguitati che fuggono, vinti che camminano per le strade del mondo, sognatori che credono alla felicità, peccatori che si pentono, ragazze tradite, vecchi senza speranze, egli sarà vivo con loro, in mezzo a loro.
Vittorio Beonio Brocchieri (Il Marcopolo)
Un giorno o l'altro, tutto il piacere e la gioia che l'amore può suscitare si pagano con la sofferenza. E più si ama intensamente e più il dolore sarà moltiplicato. Sperimenterai l'assenza, poi i tormenti della gelosia, dell'incomprensione, infine la sensazione del rifiuto e dell'ingiustizia. Avrai freddo nelle ossa e il sangue formerà dei ghiaccioli che sentirai passare sotto la pelle. La meccanica del tuo cuore esploderà.
Mathias Malzieu (La Mécanique du cœur)
«Mensch verdamme den Krieg» è la parola che il padre gli ha insegnato. «Maledetta la guerra» sarà il motto che il ragazzo scriverà nella pietra, combattendo con lo scalpello per edificare le sue figure arcane, solitarie, uomini e donne che son quasi dei pietrificati nel loro destino, nella dura esistenza sulla terra, giganti che si chiamano l’un l’altro attraverso i vuoti intervalli del tempo e del silenzio. «Le piramidi d’Egitto sono sorte grazie al sangue di migliaia di schiavi. A mia insaputa, forse le mie opere son nate dal dolore e dal sangue di milioni di miei contemporanei sulla terra».
Gilberto Forti (Il piccolo almanacco di Radetzky)
«Ti dirò una cosa: il dolore, quello vero, non l'hai ancora provato.» «Non ho paura del dolore» ringhiai. «Davvero?» Impugnò l'elsa e ruotò la lama. Urlai tanto forte da ferirmi i timpani e strinsi così tanto i denti che non mi accorsi di essermi morsa la lingua. Un rivolo di sangue mi colò da un angolo della bocca, mentre la mia camicetta si inzuppava di liquido caldo e denso e vischioso. «Allora perché ti sento urlare?»
Chiara Cilli (Abbracciata dal Fuoco (La guerra degli Dei, #3))
È possibile che la sede dei sentimenti si trovi più in superficie, più vicina alla pelle nelle donne che negli uomini?Che dal momento che la donna è in grado di dare origine alla vita, vi sia più sensibile, come anche alla sofferenza che si misura soltanto in lacrime, in assenza, in dolore?
Jón Kalman Stefánsson (Paradisæblerne og andre historier)
- Hai parlato con qualcuna di loro? La vecchia chinò il capo, quella Irani vedeva lontano, sarebbe stata la prossima Madre. Questo la rasserenò un poco. - Sì, ho parlato con una donna. - E cosa ti ha detto? - Le ho chiesto cosa fosse successo al suo popolo. «Ha dimenticato», mi ha risposto. «Ha dimenticato che la vita viene prima della morte, che le donne vengono prima degli uomini, che la natura viene prima ancora». Le ho chiesto da quanto tempo avesse dimenticato. «Alcune migliaia di anni», mi ha risposto. «Può la tua gente recuperare la memoria?» le ho chiesto. «Certo, quelli come me non l’hanno mai persa». «Perché non glielo insegni?». «Lo faccio, ma è difficile. L’abbiamo sempre fatto, ma è stato difficile. Tante donne, meno uomini. Siamo stati isolati, perseguitati, uccisi, bruciati, ma l’abbiamo fatto e continueremo a farlo». «Chi ha fatto perdere la memoria a tutta questa gente?». «La paura, la violenza, la pigrizia, l’abitudine. Ci furono uomini che hanno pensato di poter possedere altri uomini, anzi prima di tutto di poter possedere donne e bambini, e se li presero con la forza bruta. Gli altri protestarono ma finirono col subire. Persino le donne accettarono, non tutte ma la maggioranza. La storia è lunga ma vedi tu stessa come viviamo adesso». «State vivendo alla rovescia. Come fate a vivere alla rovescia?». «Con molta sofferenza, rincorrendo la felicità, cercando la gioia anche dove sembra ci sia solo dolore, affannosamente, sapendo in qualche modo che tutto potrebbe essere diverso». «La Dea ha permesso tutto ciò?». «Gli umani l’hanno permesso. La Dea è stata scelta dagli umani. Ora è pieno di Dei maschi». «Come andrà a finire?». «Ritroveremo la memoria, ma non basterà, dobbiamo inventare un nuovo modo di vivere». «Non è sufficiente rimettere semplicemente le cose a posto, come sono per il mio popolo?». Mi ha sorriso e ha scosso la testa. Poi mi sono svegliata.
Sara Morace
All'improvviso, mi ronzarono le orecchie ed ebbi un forte capogiro che mi costrinse a chiudere gli occhi. Era come se fossi su una giostra che ruotava vorticosamente, facendomi perdere il senso dell'orientamento e del tempo. Udii fragori di spade, grida di dolore, ni-triti inferociti, parole che non comprendevo, nomi che non conoscevo. Finché una voce eterea non si sovrappose alle altre. «Aër.»
Chiara Cilli (I quattro Protetti (La guerra degli Dei, #1))
Le importava, le importava davvero di me, e a quell'idea non riuscivo a smettere di ridere, avendo trovato il mio inutile trionfo nella stordita follia del dolore. Anche se la foschia rossa di Kushiel mi velava la vista, anche se le fitte che provavo alla testa erano terribili, i miei pensieri erano chiari. L'equilibrio dei poteri era mutato, rendendoci, per una volta, pari.
Jacqueline Carey (La prescelta e l'erede (L'Eredità di Kushiel: Trilogia di Phèdre #2))
Affilato come il fendente di una spada, il suono di un corno taglio' l'aria. La sua voce era squillante e malefica, un grido caldo che fece vibrare le ossa degli uomini li' presenti. L'urlo aleggiò nell'aria umida del mare: aaaRREEEEeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Tutti gli sguardi si voltarono verso la fonte di quel suono. proveniva da uno dei meticci di Euron, un uomo orribile con la testa rasata. Aveva le braccia adornate di bracciali d'oro, giada, ambra nera. Sul petto aveva tatuato un rapace, gli artigli che grondavano sangue. aaaaRREEEEeeeeeeeeeeeeeeeeee. Il corno che stava soffiando era nero, lucido e ricurvo, più alto di un uomo, tanto che lui lo reggeva con entrambe le mani. Era tenuto assieme da strisce d'oro rosso e acciaio scuro, decorato con gli antichi glifi di Valyria, fregi che sembravano diventare incandescenti con l'aumentare del suono. aaaaRREEEEeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee. Era terribile, un gemito di dolore e furia che pareva ardere le orecchie. Aeron Capelli Bagnati se le coprì con le mani, invocando il Dio Abissale che sollevasse una grande ondata per ridurre quel corno al silenzio, ma l'ululato proseguì. "È il corno degli inferi" voleva urlare Aeron, ma nessuno lo avrebbe sentito. Le guance dell'uomo tatuato erano così gonfie da sembrare sul punto di esplodere e i muscoli del torace si contraevano, dando l'impressione che il rapace tatuato stesse per staccarsi dalla pelle e spiccare il volo. I glifi sul corno erano ardenti, ogni lettera e ogni riga scintillavano di fuoco bianco, Il suono continuava a diffondersi, riecheggiava nelle tetre colline alle loro spalle, fino alla parte opposta delle acque della Culla di Nagga, andando a infrangersi contro i monti di Grande Wyk, e ancora oltre, fino a riempire tutto il mondo terracqueo. Quando parve che il suono non avrebbe mai avuto fine, cessò. L'uomo era rimasto senza fiato. Barcollò e rischiò di cadere. Il prete vide Orkwood di Orkmont afferarlo per un braccio per tenerlo in piedi, mentre Lucas Codd il Mancino gli toglieva dalle mani il nero corno ritorto. Un sottile filo di fumo usciva dallo strumento. Il profeta vide sangue e vesciche sulle labbra dell'uomo che lo aveva suonato. Anche il rapace che aveva sul petto sanguinava.
George R.R. Martin (A Feast for Crows (A Song of Ice and Fire, #4))
Era solo una giovane ingenua, cresciuta in un bellissimo castello di vetro. Che non aveva idea di nulla. Che dormiva in morbidi letti a baldacchino e non riusciva a decidere quale gioiello d’oro indossare al mattino. Che forse non era nemmeno del tutto a posto con la testa, se si credeva a Carlo e ai suoi amici. Come avrebbe potuto affrontare queste persone la cui vita era molto più tragica della sua? Ma allora perché aveva provato così tanta compassione per i pazienti del Middlesex? Perché sapeva cos’era il dolore. Aveva sofferto per anni per la separazione dei suoi genitori. Era stata esclusa dalle persone che amava. Aveva rinunciato a se stessa e per anni aveva guardato allo specchio qualcosa che stava lentamente morendo dentro di lei. Anche i suoi sentimenti erano giustificati. Ma soprattutto avevano stabilito un legame con le persone in ospedale. E questa connessione aveva trasformato il suo dolore in qualcosa di magico. In un noi.
Julie Heiland (Diana: Königin der Herzen)
Ma così è troppo facile. […] E’ facile restare dove siete. Fare radici. Vegetare, come una patata. E’ facile perché tutta l’avidità, l’ignoranza ed il diniego che ci sono al mondo sono vecchi quanto la prima bugia. E’ molto più difficile, dopo aver udito sfregare il fiammifero, dopo esservi riscaldati al cospetto dell’abbagliante fiamma, fare un passo avanti e illuminare un altro pezzettino dell’oscurità che vi circonda. E’ difficile perché bisogna accettare che, a reggere la candela, ci si brucia la mano con la cera. E, in fin dei conti, il dolore è parte del processo di rivelazione. E questa è la verità. Amen.
Dave McKean (Cages)
Durante quella visita la signorina Carla sorrise sempre, forse immaginando di avere così stereotipata sulla faccia l’espressione della gratitudine. Era un sorriso un po’ forzato; il vero aspetto della gratitudine. Poi, quando poche ore dopo cominciai a sognare Carla, immaginai che su quella faccia ci fosse stata una lotta fra la letizia e il dolore. Nulla di tutto questo trovai poi in lei ed una volta di più appresi che la bellezza femminile simula dei sentimenti coi quali nulla ha a vedere. Così la tela su cui è dipinta una battaglia non ha alcun sentimento eroico.
Italo Svevo (La coscienza di Zeno / Senilità)
Ogni tanto ti capita ancora, di pensare a quelle che potrebbero essere buone idee per dei racconti, o per dei romanzi. Ma passano via quasi subito, senza nemmeno che ti ponga più il problema di annotarle – e infatti non porti più il taccuino, da tanto tempo. Vanno via leggere, queste idee; senza più dolore, senza nemmeno tristezza. Giusto un’ombra di malinconia.
Gianrico Carofiglio (Il bordo vertiginoso delle cose)
fu così che mi arresi al dolore dei nomi quando capii che quel nome che andavi chiamando era il mio, madre.
Giovanna Cristina Vivinetto (Dolore minimo)
Le sue lacrime erano autentiche lacrime, che però dentro di lui non scioglievano né l'amarezza dei ricordi né i morsi del dolore; Lajos si rallegrava o si disperava sempre con il massimo impegno, ma in realtà non sentiva mai nulla.
Sándor Márai (La herencia de Eszter)
Negli anni si è trasformato in un vecchio conoscente un po’ strambo, quello che salta fuori ogni tanto, gli dai un po’ di corda e un po’ no. E soprattutto non vedi l’ora che sia il momento dei saluti.
Enrico Galiano (Geografia di un dolore perfetto)
Goran, invece, non aveva mai sospettato che sua moglie potesse abbandonarlo. Non un’avvisaglia, un segno, neanche un sinistro scricchiolio su cui poter tornare con la memoria e dire: «Sì! Era così lampante e io, stupido, non me ne sono accorto». Perché avrebbe preferito scoprire di essere un pessimo marito, per poi dare la colpa a se stesso, a una sua negligenza, alla sua scarsa attenzione. Avrebbe voluto trovare in sé le ragioni: così almeno ne avrebbe avute. Invece no, solo silenzio. E dubbi. Al resto del mondo aveva offerto la versione più cruda dei fatti: lei se n’era andata, punto. Perché Goran sapeva che tanto ognuno avrebbe visto ciò che voleva. Qualcuno, il povero marito. Qualcun altro, l’uomo che doveva per forza averle fatto qualcosa per farla scappare. E si era subito immedesimato in quei ruoli, passando disinvoltamente dall’uno all’altro. Perché ogni dolore ha la sua prosa, e va rispettata. E lei? Per quanto aveva finto lei? Chissà da quanto tempo maturava quell’idea. Chissà quanto c’era voluto per fecondarla con i sogni inconfessabili, con i pensieri nascosti sotto il cuscino ogni sera, mentre gli dormiva accanto. Tessendo quel desiderio con i gesti quotidiani, di madre, di moglie. Fino a rendere quelle fantasie un progetto, un piano. Un disegno. Chissà quando si era convinta o aveva capito che ciò che immaginava era realizzabile. La pupa tratteneva in sé il segreto di quella metamorfosi e intanto
Donato Carrisi (Il suggeritore)
«È così che si combatte il male! Se il Male vuole farti un torto, vuole farti soffrire, precedilo, preferibilmente quando non se lo aspetta. Ma, se non hai fatto in tempo a precederlo, se sei stato ferito dal Male, ripagalo! Attaccalo, preferibilmente quando ha ormai dimenticato, quando si sente al sicuro. Ripagalo il doppio. Il triplo. Occhio per occhio? No! Tutti e due gli occhi per un occhio! Dente per dente? No! Tutti i denti per un dente! Ripaga il Male! Fa’ in modo che urli di dolore, che a forza di urlare gli scoppino i globi oculari. E allora, abbassando lo sguardo a terra, potrai dire con baldanza e sicurezza: ciò che giace qui non farà più male a nessuno, non minaccerà più nessuno. Perché come potrebbe minacciare, se non ha gli occhi? Se non ha le mani? Come potrebbe fare del male, se le sue viscere si trascinano nella sabbia, impregnandola del suo sangue?» «E tu», disse adagio l’eremita, «stai con la spada insanguinata in pugno e guardi il sangue che impregna la sabbia. E hai la sfrontatezza di pensare che, ecco, l’eterno dilemma è stato risolto, il sogno dei filosofi è stato realizzato. Pensi che la natura del Male sia cambiata?» «Ma sì», rispose Ciri in tono spavaldo. «Perché quello che giace a terra e perde sangue non è più il Male. Non sarà ancora il Bene, ma di certo non è più il Male!» «Dicono che la natura non sopporti il vuoto», disse adagio Vysogota. «Quello che giace a terra, che perde sangue, che è caduto sotto i colpi della tua spada, non è più il Male. Che cos’è dunque? Ci hai mai riflettuto?» «No. Sono una striga. Durante l’addestramento ho giurato a me stessa che avrei combattuto il Male. Sempre. E senza stare a riflettere. «Perché, quando si comincia a riflettere, uccidere non ha più senso. La vendetta non ha più senso. E ciò non è ammissibile.»
Andrzej Sapkowski (The Tower of the Swallow (The Witcher, #4))
«Sto cazzeggiando al parco. Non voglio tornare a casa. È così vuota da quando sono fuori. Lì si sta bene solo quando c’è lui.» Nick si sentiva bene solo quando Luka era con lui, indipendentemente da dove si trovasse. «È solo perché non sei da solo quando lui è lì, o perché sei con… Luka? Si chiama così?» «Sì, Luka. Ed è per lui. Non voglio nessun altro vicino. Non ho più visto nessuno, Shaney. Nessuno. Voglio solo stare con lui, tipo sempre. Ho bisogno che lui torni da me.» Sapeva di dare l’idea di essere disperato, ma era troppo tardi per preoccuparsene. «Wow. Finalmente, il mio fratellino si unisce a tutti noi nella terra dei sentimenti.» Aveva percepito il sorriso nella voce di Shane. «Amico, devi andare a sistemare le cose. Digli che ti dispiace. Sii convincente. Non aspettare troppo, come ha fatto quello stupido di tuo fratello.» Nick aveva sorriso tristemente. «Si è risolto tutto alla fine, no?» «Sì, ma quel periodo è stato una tortura. Non tornerei mai indietro.» In quel momento, Nick immaginò suo fratello che si allungava per toccare i capelli di Jesse, o poggiava una mano sul suo petto: un promemoria del fatto che stavano insieme e non erano più soli. Un altro pezzetto di dolore lo aveva colto alla sprovvista. «Quindi vado a chiedere scusa. Me la cavo con così poco?» Non si era mai scusato con nessuno, in vita sua. Assolutamente per nulla. «Sì. E cerca di non essere… troppo te stesso, okay?» Nick aveva sbuffato.
Piper Vaughn (The Luckiest (Lucky Moon, #2))
E' l'oppioide sintetico tra i potenti che esistano, 100 volte più potente della morfina, uno straordinario analgesico usato, sotto strettissimo controllo medico, per la gestione del dolore nei malati oncologici terminali, inserito nella lista dei farmaci essenziali per il trattamento dei tumori in stato avanzato, mentre, in combinazione con altre sostanze, viene impiegato in micro dosi nella anestesia generale profonda. [...] E' il farmaco che una settimana fa ha stecchito in pochi minuti un italiano di oltre 90 chili, lo chef trentanovenne Andrea Zamperoni a New York [...] Negli Stati Uniti sta creando più morti che gli incidenti stradali, ed è balzata in pochi anni al primo posto fra le cause di morte tra i giovani, al punto che lo stesso Donald Trump ha parlato di emergenza nazionale. [...] Purtroppo questo potente oppiaceo è stato intercettato dalla produzione e dal commercio illegale, utilizzato come sostituto economico dell'eroina, e più recentemente ha fatto il suo ingresso nel giro della cocaina, mischiato, all'insaputa degli acquirenti, per tagliare le partite di altri stupefacenti, aumentandone la pericolosità e le complicanze letali. Il mercato illegale inoltre, offre altri prodotti di sintesi derivati dal Fentanyl [...] negli Usa le più facili prescrizioni hanno fatto sì che arrivasse nel mondo dello spaccio, e recentemente la ditta Johnson & Johnson, storica produttrice di oppioidi, è stata condannata per aver spinto i medici a prescrivere stupefacenti, sottovalutando e minimizzando i gravi rischi.
Melania Rizzoli (La salute prima di tutto. Dal cancro all'ipocondria: manuale per non ammalarsi)
Mi guardi, mi guardi da vicino, ogni volta più vicino e allora giochiamo al ciclope, ci guardiamo ogni volta più da vicino e gli occhi ingrandiscono, si avvicinano fra loro, si sovrappongono e i ciclopi si guardano, respirando confusi, le bocche si incontrano e lottano tepidamente, mordendosi con le labbra, appoggiando appena la lingua sui denti, giocando nei loro recinti dove un’aria pesante va e viene con un profumo vecchio e un silenzio. Allora le mie mani cercano di affondare nei tuoi capelli, carezzare lentamente la profondità dei tuoi capelli mentre ci baciamo come se avessimo la bocca piena di fiori o di pesci, di movimenti vivi, di fragranza oscura. E se ci mordiamo il dolore è dolce, se soffochiamo in un breve e terribile assorbire simultaneo del respiro, questa istantanea morte è bella. E c’è una sola saliva e un solo sapore di frutta matura, e io ti sento tremare stretta a me come una luna nell’acqua.
Julio Cortázar (Il gioco del mondo)
Gli avevano raccontato che il Regno dei Morti comprendeva anche altri luoghi, più tetri di quello in cui l'avevano portato, e che nessuno restava lì a lungo: eccetto lui. Perché sapeva evocare il fuoco… Che le dame bianche temevano e amavano al tempo stesso. Ci si scaldavano le mani esangui e, quando lui lo faceva guizzare, ridevano come bambine: e lo erano, giovani e vecchie allo stesso tempo, infinitamente vecchie. Gli chiedevano di forgiare alberi e fiori, il sole e la luna. Per sé invece con le fiamme plasmava facce, quelle che vedeva quando le dame bianche lo conducevano al fiume, nel quale immergevano i cuori dei morti. — Guardaci dentro! — gli sussurravano. — Guardaci dentro e apparirai nei sogni di coloro che ti vogliono bene. — Così lui si sporgeva su quell'azzurro intenso e trasparente e contemplava il giovane, la donna e la ragazza di cui aveva dimenticato il nome, e li vedeva sorridere nel sonno. — Perché non mi ricordo più come si chiamano? — chiedeva. — Perché ti abbiamo lavato il cuore — rispondevano. — Purificato nelle acque limpide e blu che separano questo mondo dall'altro. E che donano l'oblio. Sì, offuscavano la memoria, di sicuro. Perché ogni qualvolta cercava di ricordare il passato, si trovava avvolto da quel blu, un blu carezzevole e rinfrescante. Solo con la magia del fuoco, quando il rosso prendeva il sopravvento, tornavano quelle figure, le stesse che vedeva nel fiume. Ma, prima di risvegliarsi completamente, la nostalgia ricadeva nel torpore del vuoto. — Qual era il mio nome? — domandava ogni tanto, suscitando le risa delle dame bianche. — Colui che Danza con il Fuoco — gli sussurravano. — Lo era e lo sarà sempre, perché tu rimarrai qui in eterno, non andrai via come gli altri, a cominciare un'altra vita… A volte gli portavano una bimba, che lo accarezzava con lo stesso sorriso della donna che vedeva nell'acqua e tra le fiamme. — Chi è? — chiedeva. — È stata qui e poi se n'è andata — gli dicevano. — Era tua figlia. Figlia… la parola portava l'eco del dolore, ma era soltanto un ricordo, il suo cuore non soffriva. Provava solo amore, nient'altro che amore. Esisteva solo quello.
Cornelia Funke (Inkdeath (Inkworld, #3))
«Abbiamo pronunciato dei voti». «Sono solo parole, non muri. Non ci difendono. Non ci tutelano. Non ci proteggono dalla vita, dal dolore, dai cambiamenti. Non voglio rimanere sposata soltanto perché ce lo siamo giurato. Ho bisogno di smettere di soffrire e stare con te mi fa male».
Kennedy Ryan (Before I Let Go (Skyland, #1))
Deborah se ne stava pigramente seduta sul pavimento del reparto in attesa di Anterrabae, quando vide Carla venire verso di lei. "Ciao, Deb...". "Carla? Non pensavo tu fossi quassù". Carla pareva esausta: "Deb...Non ne posso più dell'odio che ho dentro! Ho deciso di venire quassù così posso urlare e sbraitare fino a perdere la voce". Si guardarono sorridendo: sapevano benissimo che il reparto D non era poi il "peggiore", era soltanto il più onesto. Gli altri reparti avevano uno "status" da conservare e una forma da mantenere. Chi sta sul ciglio dell'inferno è terrorizzato dal diavolo, ma per coloro che sono già all'inferno il diavolo è soltanto una persona come le altre, niente di speciale. Nei reparti A e B i sintomi venivano appena bisbigliati, si prendevano i sedativi nel terrore dei rumori forti, del dolore manifesto e della disperazione autentica. Le donne del reparto D oscillavano come navi in mare aperto ma erano libere dai modi subdoli e perfidi di chi tiene nascosta la pazzia.
Joanne Greenberg (Non ti ho mai promesso un giardino di rose)
La prima volta che aveva avuto il ciclo, all’età di dodici anni, la madre le aveva detto che il senso di quel sangue era “la sicurezza dei figli”. Nella non aveva mai pensato ci fosse molto di cui sentirsi sicuri a giudicare dalle urla, nel villaggio, delle donne in travaglio, a volte seguite da un corteo dietro a una bara. L’amore era molto più nebuloso di qualche macchia su uno straccio di lino. Il ciclo non le era mai parso legato a ciò che lei sospettava significasse la parola amore, che aveva a che fare sì col corpo, ma andava anche oltre. “È amore, Petronella,” aveva detto la signora Oortman osservando il modo in cui Arabella stringeva a sé Occhionero ancora cucciolo, fino quasi a togliergli la vita. Quando cantavano l’amore nel villaggio, i musicisti parlavano in effetti del dolore che la ricompensa nascondeva. Il vero amore era un fiore nella pancia, con i petali che uscivano fuori. Per amore si rischiava tutto: era uno stato di beatitudine mai privo di perle di sgomento. La signora Oortman si era sempre lamentata che non c’erano pretendenti abbastanza buoni nel giro di miglia e miglia, “mangiafieno” definiva i ragazzi del circondario. La città, e Johannes Brandt, racchiudevano il futuro di sua figlia. “Ma l’amore, madre. Lo amerò?” “La ragazza vuole l’amore,” aveva gridato in modo teatrale la signora Oortman alle pareti scrostate di Assendelft. “Vuole le pesche e anche la panna!
Jessie Burton
IL PUZZLE DELLA VITA Anna Fabrello     Non era possibile, di sicuro doveva esserci stato un errore. Era un sogno, sì, non poteva che essere così. Adesso avrebbe aperto gli occhi e si sarebbe ritrovata nella camera dell’appartamento che aveva da poco affittato, in quel paesino poco distante da Londra, di cui ancora non riusciva a pronunciare il nome. Sentiva dei rumori intorno a lei, ma le sembrava di avere le orecchie ricoperte di cotone, perché tutto le arrivava come se fosse ovattato. Sapeva di avere gli occhi aperti, ma sulla retina non si formava nessuna immagine: era completamente, assolutamente, indubitabilmente immersa nel buio. Cercò di tirarsi in piedi e allungare un braccio, ma sentì un rumore di catene e i polsi le lanciarono fitte saettanti di acuto dolore. Realizzò così, in un lampo di lucidità freddo come la lama di un coltello che era immobilizzata. Il panico iniziò a insinuarsi dentro di lei, diffondendosi come strisciante e furbo serpente. Strinse gli occhi, cercando di capire cosa fosse successo da quando era rientrata a casa, ma un gigantesco mal di testa le azzannò la mente. Dovette rinunciare, indirizzando i suoi pensieri altrove. Solo in quel modo riuscì ad allontanare il dolore. Lo riconobbe subito: un incantesimo di Blocco, ecco cosa doveva essere… Ma questo significava che l’avevano seguita, che sapevano chi era e che tutto questo non era un sogno, ma la realtà. Credeva di essere riuscita a sfuggire ai due che
Various (Cocktail)
[…] E i Nephilim… Sì, abbiamo la tendenza ad amare in maniera totalizzante. A innamorarci una volta sola, a morire di dolore per amore… Il mio vecchio tutor mi diceva sempre che i cuori dei Nephilim sono come i cuori degli angeli: provano tutti i dolori umani, e non guariscono mai.” “Invece tu ci sei riuscita. Amavi Valentine, eppure adesso ami Luke.” “Lo so.” Lo sguardo di Jocelyn era distante. “Ma solo dopo aver passato più tempo nel mondo dei mondani ho cominciato a capire che la maggior parte di loro non aveva quello stesso concetto di amore. Ora so che può capitarti più di una volta sola, che il cuore può guarire, che si può amare e riamare.
Cassandra Clare (City of Heavenly Fire (The Mortal Instruments, #6))
proviamo gli stessi sacri brividi che devono aver scosso gli animi di coloro che per primi cantarono queste canzoni. quei giovani tedeschi di tre-quattro generazioni fa che si si riconoscevano fratelli tra loro e nella comunità dei fratelli riconoscevano la nazione e nella nazione vedevano la promessa della libertà... Ma certamente avvertiamo anche il dolore e l'amarezza, la cupa caparbietà e lo struggimento che sempre accompagnano nella gioventù la piena dei sentimenti. Probabilmente ci riconosciamo, ritroviamo noi stessi nelle tempeste primaverili di queste passioni, forse sentiamo pure con angoscia che una nuova gelata potrebbe fin troppo facilmente rovinare questo fiore appena sbocciato, e intanto proviamo anche tutta la voluttà del sacrificio, la macabra ironia della consapevole caducità, la ribellione di un caparbio “Avanti lo stesso!” e la violenza della disperazione. Certo, la storia è sempre quella. La gioventù contagia la gioventù da una generazione all’altra: si riconosce come un ribollire di vitalità ma anche come sofferenza, come malattia, e si sfoga cantando questa sua esperienza e suscitando nei cuori sensibili lo stesso impeto: ovunque e sempre il sogno di una bandiera che unisca, che elevi gli animi, che sia portatrice di libertà.
Gregor von Rezzori (Memoirs of an Anti-Semite)
Taron gli strinse una mano, e restò a fissarlo per qualche secondo, ma poi si avvicinò per un bacio, e gli strinse il volto tra le mani. Imparava in fretta, perché, dal loro primo bacio, il primo in assoluto per Taron, le sue labbra erano diventate una droga per Colin. Avevano pomiciato ogni giorno. Taron riversò tutta la sua passione in quel bacio, ma prolungò la sua agonia. Colin si allontanò, respirando a fatica non appena tornò a sedersi. Il buio della sera regalava una luce sufficiente affinché si vedessero, e si sentì in imbarazzo al pensiero che Taron potesse vederlo con il viso contorto dal dolore. Ancora una volta, Colin non si fidò della propria voce, così usò il linguaggio dei segni per dire: “Ti amo.” “Credevo che mi odiassi,” rispose Taron senza sorridere. Non batté ciglio, come se non volesse perdersi nemmeno un secondo della presenza di Colin. Colin cercò di spiegarsi, anche se con difficoltà, ma alla fine disse: “Sono uno stupido. Ero arrabbiato. Mi dispiace di averti ferito.” “Capisco che la tua vita sia là fuori, ma se qualche volta ti andasse di farmi visita…» Colin si sporse e gli afferrò le mani. Aveva un disperato bisogno che capisse. «No. Mi sento veramente me stesso solo quando sono con te. Se mi vuoi ancora… ti prego, portami a casa,» sussurrò. Taron sorrise e avvicinò le mani di Colin per baciarle. Dovette lasciarlo per comunicare, ma impiegò secoli prima di rispondere. “Non sei un peso. Ti amo. Quando sto con te, non mi preoccupo solamente della fine del mondo. Adesso sento il bisogno di vivere il futuro.” Colin annuì e gli allacciò le braccia attorno al collo, conficcandosi il freno a mano nel fianco. Si sentì in pace con se stesso non appena Taron lo strinse, e strofinò il viso contro la sua guancia, desiderando marchiarlo con il suo odore, anche se non c’era nessuno che avesse intenzione di portargli via il suo uomo. Forse quel cazzo di audio libro non si era sbagliato. Forse il cambiamento era un bene, anche se era difficile.
K.A. Merikan (Wrong Way Home)
Un dolore che non sentiva da anni lo ferì, una fitta allo stomaco, un'immagine di lei nella grotta, il ricordo del primo sguardo, l'odore dei suoi capelli. Tutto divenne prezioso e lontano, come in una fotografia.
Stefano Benni (Spiriti (Italian Edition))
Il dolore non ha volto, non ha un nome certo, non serve a niente, e, tuttavia, voi vedrete che il dolore è più tangibile dei volti, è più sicuro degli amici, è più fecondo dei nostri lavori.
Emmanuel Mounier (Lettere sul dolore: Uno sguardo sul mistero della sofferenza)
Ballata delle madri. Mi domando che madri avete avuto.  Se ora vi vedessero al lavoro  in un mondo a loro sconosciuto,  presi in un giro mai compiuto  d’esperienze così diverse dalle loro,  che sguardo avrebbero negli occhi?  Se fossero lì, mentre voi scrivete  il vostro pezzo, conformisti e barocchi,  o lo passate a redattori rotti  a ogni compromesso, capirebbero chi siete?  Madri vili, con nel viso il timore  antico, quello che come un male  deforma i lineamenti in un biancore  che li annebbia, li allontana dal cuore,  li chiude nel vecchio rifiuto morale.  Madri vili, poverine, preoccupate  che i figli conoscano la viltà  per chiedere un posto, per essere pratici,  per non offendere anime privilegiate,  per difendersi da ogni pietà.  Madri mediocri, che hanno imparato  con umiltà di bambine, di noi,  un unico, nudo significato,  con anime in cui il mondo è dannato  a non dare né dolore né gioia.  Madri mediocri, che non hanno avuto  per voi mai una parola d’amore,  se non d’un amore sordidamente muto  di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,  impotenti ai reali richiami del cuore.  Madri servili, abituate da secoli  a chinare senza amore la testa,  a trasmettere al loro feto  l’antico, vergognoso segreto  d’accontentarsi dei resti della festa.  Madri servili, che vi hanno insegnato  come il servo può essere felice  odiando chi è, come lui, legato,  come può essere, tradendo, beato,  e sicuro, facendo ciò che non dice.  Madri feroci, intente a difendere  quel poco che, borghesi, possiedono,  la normalità e lo stipendio,  quasi con rabbia di chi si vendichi  o sia stretto da un assurdo assedio.  Madri feroci, che vi hanno detto:  Sopravvivete! Pensate a voi!  Non provate mai pietà o rispetto  per nessuno, covate nel petto  la vostra integrità di avvoltoi!  Ecco, vili, mediocri, servi,  feroci, le vostre povere madri!  Che non hanno vergogna a sapervi  – nel vostro odio – addirittura superbi,  se non è questa che una valle di lacrime.  È così che vi appartiene questo mondo:  fatti fratelli nelle opposte passioni,  o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo  a essere diversi: a rispondere  del selvaggio dolore di esser uomini.
Pier Paolo Pasolini
l’adesione alle più elementari verità dei nostri atti comporti la necessità del vigore fisico e del coraggio.
Emmanuel Mounier (Lettere sul dolore: Uno sguardo sul mistero della sofferenza)
Poteva picchiarmi, poteva godersi il mio dolore. Poteva scegliere di fare tutto quello che voleva con me. Invece aveva scelto di abbracciarmi stretta e di far scorrere le mani sulla mia pelle fresca, infondendo al mio corpo il suo calore costante. Non rispose alla mia domanda. Piuttosto, premette improvvisamente le labbra sulle mie in un bacio feroce, affamato. Ogni colpo della sua lingua dominava la mia, mentre la sua bocca accarezzava la mia abbastanza forte da lasciarmi le labbra gonfie e formicolanti. Finalmente mi rilassai addosso a lui mentre il mio corpo si riscaldava, e l’ultimo dei brividi di terrore mi abbandonò mentre trovavo conforto nel bacio disperato del mio carceriere.
Julia Sykes (Sweet Captivity)
«Sei molto forte, Faith. Non è semplice sopravvivere alla morte della propria famiglia.» «Infatti, sono solo andata avanti ma non sono sopravvissuta a niente. A certi dolori non si sopravvive.» Sposto lo sguardo da un'altra parte. I miei occhi diventano lucidi, tutto il dolore che ho dentro non passerà mai. La mia famiglia è stata spezzata, distrutta, e niente tornerà più come prima. Angus mi si avvicina, annullando la distanza che ci separa e, mi ritrovo ancora una volta ad affogare nel blu intenso dei suoi occhi. «Ci vuole tempo.» «Neanche quello basta, credimi.» Aspetta un po’ prima di rispondermi e, poi lo fa con una tristezza infinita e che non gli avevo mai visto prima. «Tutti abbiamo perso qualcuno. Abbiamo tutti ferite che non guariranno mai e mancanze che pesano più di macigni.» Capisco in questo istante che anche lui ha perso qualcuno che amava, e mi dispiace molto per la sua perdita perché so come ci si sente.
Barbara Pedrollo (Il bacio del lupo (Italian Edition))
«Nessun genitore dovrebbe sopravvivere al figlio.» «Vero.» Stacco la mano dal suo viso e, non dico più niente. Non so più che cosa dire, ma è lui a parlarmi e, ancora una volta mi lascia senza parole. «Condividiamo un dolore simile, Faith. Conosciamo cos’è l’oscurità e il sentirsi soffocare da dentro.» «Conosciamo cosa significa essere morti che camminano.» In questo momento non riesco a trattenere qualche lacrima, che si va a confondere con l'acqua della piscina. Per un po’ mi guarda in silenzio, poi mi dice una frase che mi hanno detto in tanti in questi anni. «No, Faith. Tu sei molto giovane e hai tutta la vita davanti a te.» «Ma non è la vita che volevo io. Avevo bisogno ancora di mio padre, di mia madre, dei miei nonni. Adesso siamo spezzati e mio fratello ha dovuto essere forte anche per me.» Angus capisce che c'è altro che non gli ho detto, qualcos'altro che mi ha cambiata definitivamente. Che mi ha trasformata nella persona che sono oggi.
Barbara Pedrollo (Il bacio del lupo (Italian Edition))
«Shinobu!» grido con quanto fiato ho in gola muovendo qualche altro passo. So che può sentirmi, tutti possono sentirmi. «SHINOBU!»Attento un secondo, due, tre.Sto per chiamarlo di nuovo quando la sua voce mi raggiunge dalle spalle «Non sai neanche il mio nome!» gli grido nonostante sia a pochi metri di distanza. Lo odio per questo, odio questa sua noncuranza verso di me, verso qualcuno che viene usato come sacrificio. Domani morirò e lui non si è minimamente interessato a me.Mi sembra sinceramente confuso e stupito. Attende un attimo prima di rispondere, come se si fosse aspettato tutto tranne questo. «Non mi interessa» dice alla fine.«Lo hai già detto.»Si stringe nelle spalle. «Perché è la verità.»«Mi chiamo Tom...» Me lo trovo a due centimetri di distanza in una frazione di secondo. Infila una mano nei capelli per tenermi ferma la testa e mi preme l'altra sulla bocca, bloccandomi le parole.«Non dirmelo» ringhia.Ne ho abbastanza dei suoi ordini, del suo ringhiare come una bestia. Mi divincolo e gli mordo la mano con forza, affondando i denti più che posso, e un attimo dopo il sapore del suo sangue mi esplode sulla lingua.Rimango senza fiato per un attimo È dolce, quasi fruttato, leggero, non assomiglia a niente di quello che ho assaggiato fino ad ora. Mi ritrovo a succhiare per averne di più senza rendermene conto.Shinobu ritira la mano di scatto, fissandomi con gli occhi sgranati.Per un attimo temo che voglia schiaffeggiarmi, tanta è la furia che gli leggo nello sguardo.Senza riuscire a staccare gli occhi da lui mi lecco le labbra, catturando un'altra gocciolina del suo sangue. Il cuore inizia a battermi forte nel petto. Batte troppo forte, troppo veloce, temo che lui possa sentirlo. All'improvviso mi sento... bene, come se mi fossi appena fatto una dose di qualcosa capace di eliminare tutte le esperienze brutte della mia vita.Shinobu si guarda le dita sporche di sangue come se non credesse ai propri occhi. Vedo le sue labbra serrarsi con forza, diventando una linea sottile; i canini si allungano premendo sul labbro inferiore.«Sei uno stupido ragazzino» sibila in un soffio.La mano sulla mia nuca si intreccia ai capelli e li tira indietro, costringendomi a piegare la schiena e sollevare il mento. Il dolore allo scalpo mi fa salire le lacrime agli occhi.Shinobu avvicina le dita insanguinate alla bocca e lecca il proprio sangue con la lingua. Poi me la passa sul labbro inferiore Sento di nuovo il sapore del suo sangue. Quel sapore quasi nostalgico che mi ha già reso dipendente. Mi ritrovo a desiderarne ancora.«Non provi disgusto?» mi sussurra sulle labbra.Scuoto la testa senza pensarci.«Gli umani provano ribrezzo per il sangue.» Sfiora con la lingua il profilo del mio volto, arrivando fino all'orecchio. «Tutti gli umani.» Sento il suo respiro lento e regolare. «Vorresti dirmi che tu sei diverso? Che non provi disgusto per questo?»Inutile mentire. «Non provo disgusto.»«Non mentirmi.»«Non sto mentendo!» rispondo con forza. «Perché dovrei mentire?»«Perché non può essere vero» sussurra in un soffio. «Questo non può succedere davvero.» Mi annusa i capelli. «Tu non puoi...» Si interrompe.Alzo il volto e fisso le sue labbra.Le voglio su di me.«Shinobu...»
Sara Coccimiglio (Il lato oscuro della Luna (Cremisi Vol. 1))
Ho sentito Guido Ceronetti (il suo cinismo e l'incantamento dei viaggiatori del Gran Tour li abbiamo evocati in egual misura lungo la strada) affermare che a fare la Storia sono "i piedi instancabili dell'Homo sapiens". Dio l'abbia in gloria per questa folgorante definizione. Quei piedi senza pace dicono che alla fine non vincerà il sedentario abbarbicato alle sue rendite, ma il suo antagonista di sempre: chi molla tutto chi supera il dolore del distacco e la paura del mare nero per cercare una vita migliore. Vince chi brucia le navi sulla battigia per non cadere nella tentazione del ritorno. Nulla però può fermare un ventenne che prende il mondo contromano, a stomaco vuoto e la testa piena di sogni. Mi avete insegnato che l'uomo ha piedi, non radici, e che da sempre la Storia "facit saltus" grazie a quelli che li usano, chiamateli viaggiatori o migranti, oppure trasmigratori, come li definiva l'uomo dalla mascella volitiva per nascondere la miseria dell'emigrazione. Mio nonno fu un migrante della fame, partì da solo a otto anni per l'Argentina. C'è di mezzo anche il mio vecchio in questo viaggio. È anche per causa sua se sento simpatia per gli esiliati. Come loro, sono conscio di aver esercitato un diritto millenario, primordiale. Anche a costo di bucare frontiere e aprire varchi nei reticolati con le cesoie.
Paolo Rumiz (Appia)
Jace?’’ ‘’Sì?’' ‘‘Come facevi a sapere che ho del sangue di Shadowhunters? C'era un modo per esserne sicuro?’’ L'ascensore arrivò con un ultimo brontolio. Jace aprì la grata. L'interno, tutto metallo nero e decorazioni dorate, ricordò a Clary una gabbia per uccelli. ‘‘Ci ho provato’’ ammise lui chiudendosi la porta alle spalle. ‘‘Mi sembrava la spiegazione più plausibile.’’ '‘Ci hai provato? Dovevi esserne abbastanza sicuro, considerato che avresti potuto uccidermi.’’ Lui premette un pulsante sulla parete e l'ascensore si mise in azione con un sobbalzo e un grugnito vibrante che Clary si sentì nelle ossa dei piedi. ‘‘Ero sicuro al novanta per cento.’’ ‘‘Capisco’’ disse Clary. C'era qualcosa di strano nella sua voce, perché Jace si voltò a guardarla. La mano di Clary lo colpì al volto con uno schiaffo che lo fece sobbalzare. Lui si portò una mano alla guancia, più per la sorpresa che per il dolore. ‘‘Perché diavolo l'hai fatto?’’ ‘‘Per l'altro dieci per cento
Cassandra Clare (City of Bones (The Mortal Instruments, #1))
«Questo è ciò che voglio,» sussurrò Pete, contro la mia bocca. «Non voglio martellarti il culo con movimenti frenetici, uno dietro l’altro.» Muoveva i fianchi contro di me un po’ più in fretta, perdendo il ritmo mentre lo aumentava. «Voglio sentire tutto, ogni centimetro di te attorno al mio uccello mentre ti scopo.» Più veloce, più forte, più in profondità. Il suo respiro divenne superficiale, veloce. Mi afferrò per le spalle, ancorandosi a me mentre mi scopava, senza mai distogliere lo sguardo dai miei occhi. Avrei voluto urlargli contro, ringhiare, dirgli di finirla una volta per tutte, ma quelle dolci ondate di piacere si diramavano partendo da dentro, arrivando fino alle estremità. Arricciai le dita dei piedi, avevo le braccia tese, così come i muscoli della pancia, eppure Pete mi stava portando verso un altro orgasmo. Le sue dita sprofondarono nelle mie spalle, dentro la carne, provocandomi un leggero dolore che accettai volentieri. Quello era meglio. Era ciò che conoscevo, ciò che avrei potuto accettare. «Dai su, forza,» lo spronai, mentre lui, come un pistone, prese a scoparmi, sbattendo i fianchi contro i miei. Pete gemette e il suo corpo si irrigidì mentre si spingeva forte dentro di me. Lo sentii attraversare tutto il mio corpo, riverberando nelle mie palle e risalendo lungo l’uccello. Venni, e lo sperma, in brevi fiotti, mi colpì gli addominali, ma fu subito spalmato su entrambi quando il corpo di Pete si abbassò sul mio, la sua testa appoggiata alla mia spalla. Il suo respiro era affannoso e forte contro il mio orecchio, mentre brevi contrazioni gli squassavano il corpo, intanto che lui continuava a pulsare dentro di me. Il sudore sulla mia pelle si stava raffreddando. Ero disteso sotto di lui, i miei tremori stavano svanendo mentre il suo corpo si muoveva in sincronia con il mio. Quella soddisfazione che tanto avevo bramato si diffuse attraverso di me, in una corrente lenta, così come il mio respiro e il battito del mio cuore stavano tornando al loro ritmo naturale
Tantalus (After (Damon & Pete: Playing with Fire, #2))
Mentre si infilava la giacca, lei stava mettendo i piatti nella lavastoviglie, un gesto banale quanto consueto e Andrea pensò a tutti i gesti insignificanti che accompagnano la vita, riti ripetitivi dei quali non ci rendiamo conto proprio perché li abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni e per questo li diamo per scontati. Troppo spesso ci rendiamo dell'importanza delle cose quando non ci sono più come gli era capitato con suo padre quando la morte se lo era portato via troppo presto. Sistemare la casa era un'azione comune da parte della moglie alla quale lui non dava il giusto peso mentre doveva essere felice di avere Patrizia accanto, nella gioia e nel dolore, forse banalità ma che, in ogni caso, non a tutti era concessa.
Stefano Giannotti (La biblioteca di sabbia)
Nelle tenebre profonde del sotterraneo, agitate da vorticosi mulinelli di vento, vidi gli occhi di un gatto morente, un gatto maschio tigrato che avevo tenuto da quando ero studente fino al mio matrimonio e fino al periodo in cui mia moglie stava per rimanere incinta: ricordavo i suoi occhi dallo sfortunato giorno in cui lo vidi, investito da una auto, con qualcosa simile a una mano rossa che gli spuntava tra le zampe. Gli occhi di un vecchio gatto, perfettamente quieti e limpidi, con le iridi gialle e luminose come piccoli crisantemi. Occhi tranquillamente inespressivi - almeno visti dall'esterno - nel profondo dei quali era contenuta un'immensa sofferenza ogni volta che i centri sensori del suo piccolo cervello erano trafitti da una scarica elettrica di dolore. Gli occhi di un gatto che considerava la propria agonia come qualcosa di assolutamente privato e, in quanto tale, inesistente per gli altri. Io avevo rifiutato di immaginare l'esistenza di persone i cui occhi nascondevano un simile inferno personale e avevano quella stessa espressione.
Kenzaburō Ōe (The Silent Cry)
Lo commuoveva un po’, a volte, quella sua ingenua convinzione che il mondo avesse senso. Doveva sempre trattenersi dal disilluderlo con brutalità, perché era evidente a chiunque avesse vissuto davvero che nella realtà non c’era nulla di logico, o giusto, o equilibrato. Soltanto rapporti di potere più o meno sbilanciati, modi diversi di tenersi a galla. Vendere la pelle, o affittarla. Salvando l’anima, forse. O l’illusione di averla.Forse era quello l’altro problema con Carlos.Sembrava avere la stessa illusione stupida. Solo che, nel suo caso, si faceva aggressiva.«Se mi tirassi indietro all’ultimo sarebbe tanto grave?» domandò, e stava scherzando solo in parte. Nel monitor vide Keith soffocare un sospiro e sentì il bip del cellulare, in sottofondo, la sveglia programmata per permettergli di trascinarsi a lezione. «Vabbè, scusa l’improvvisata. Ti lascio andare, su.»«Viv,» lo richiamò l’amico, un attimo prima che lui premesse il pulsante per spegnere. Skype gli aveva sempre dato fastidio, in realtà; lo usava perché Keith sembrava tenerci ed era più a suo agio con un pc che con il cellulare in mano, ma ogni volta che doveva chiudere la conversazione si sentiva prendere dalla smania. «Promettimi che non gli darai buca.»«Perché dovrei prometterlo a te?» domandò, lo sguardo fisso su un punto indistinto alle sue spalle: si intravedeva un angolo del poster che aveva appeso alla parete, qualcosa di terribilmente cervellotico, senza dubbio: tipo la tavola periodica o qualche formula di Einstein. «Perché sono tuo amico e dai importanza a quello che penso o non mi avresti chiamato.»«Certo che ci do importanza,» ribatté lui, alzando gli occhi al cielo. «Ma questo non c’entra.»«Tu promettimelo e basta.»«Va bene.» Lo guardò negli occhi, a quel punto, con il dubbio di mentire. La vergogna di non saperlo spiegare. «Ci proverò. Lo giuro.»«Grazie.»Gli fece un sorriso. Poi chiuse la conversazione in fretta, prima che mantenerlo diventasse troppo doloroso. Carlos sorrideva cauto, quando Viv l’aveva trovato ad aspettarlo accanto al portone: si era staccato un po’ impacciato dal muro, aveva sfregato i palmi contro la giacca in un gesto istintivo di imbarazzo. Sembrava dolce e fuori posto; bellissimo, ma troppo lontano per essere vero.Gli aveva dato un bacio sulla guancia, breve e delicato. Viv aveva chiuso gli occhi, il cuore in gola per la tensione della mattina, e quella del presente; gli era sembrato che quel contatto asciutto e gentile fosse indirizzato a un’altra persona.Quando aveva riaperto gli occhi, un istante dopo, aveva pensato – inspiegabilmente, con un po’ di spavento – che forse avrebbe potuto sforzarsi di diventarla.Carlos non sembrava pensare nulla di simile, però, mentre lo faceva salire in auto e gli richiudeva la portiera alle spalle, chiacchierando a ruota libera di cose piccole, leggere, insignificanti solo nel senso che non cambiavano la vita. Viv sentiva le labbra muoversi, mentre rispondeva con lo stesso tono lieve, ma era come se non fosse lui davvero a parlare; non avrebbe saputo ripetere una sola battuta. Guardava il sole che entrava dal finestrino, diafano come il novembre che sgocciolava via intorno a loro, e cercava di capire quale fosse il senso che l’aveva portato lì, contro ogni aspettativa: gli sembrava che, se avesse abbassato lo sguardo sulle mani posate in grembo, avrebbe potuto trovare i frammenti di quello che era stato, la persona che Carlos aveva conosciuto qualche mese prima e quella che si stava sgretolando al suo fianco momento dopo momento; come se la sua stessa presenza facesse pressione sulle crepe che lo tagliavano da sempre, e lo mandasse a pezzi del tutto.Gli avrebbero ferito i palmi se avesse stretto i pugni?Ci provò, ma non sentì dolore; solo quell’impressione di estraneità crescente
Micol Mian (In luce fredda (Rosa dei venti Vol. 1))
«Shi...no...»La sua bocca si chiude intorno alla mia erezione prima che io finisca di parlare.Un gemito strozzato mi sale alle labbra, bloccandomi il suo nome in gola. Non penso neanche per un istante che possa mordermi, non ho paura dei suoi denti affilati, del dolore che potrebbe causarmi. Non penso più a niente. Vuoto totale.Mi lascia andare i polsi e mi solleva i fianchi per farmi affondare ancora di più nella sua bocca. Mi tiene fermo mentre mi lecca, mi gusta, mi assapora, mi prende fino in gola. Inarco la schiena e gli infilo le mani nei capelli, godo nel sentirlo avanzare e ritrarsi intorno alla mia pelle eccitata. È la prima volta che mi succede, nessuno mai si era avvicinato così tanto a me. Il piacere è così grande che mi ritrovo a mugolare con forza nel silenzio della stanza. Percepisco ogni singola cosa che Shinobu fa alla mia pelle eccitata, ogni movimento della lingua, ogni leggero tocco dei denti affilati come lame.Cerco di resistere, di allungare l'estasi di qualche altro secondo, ma troppo presto il mio corpo si contrae e vengo nella sua bocca senza riuscire a impedirmelo; la sua lingua cattura ogni minima goccia di me, la sento muoversi sicura e provocarmi milioni di brividi ovunque.Shinobu stacca la bocca da me, poi mi morde l'inguine.Mi lascio sfuggire un gemito ma il dolore si mischia al godimento, scorrendomi nelle vene come lava bollente in grado di carbonizzare ogni cosa, e il piacere torna di nuovo, non violento quanto poco fa ma abbastanza forte
Sara Coccimiglio (Il lato oscuro della Luna (Cremisi Vol. 1))
In base all’esperienza di questi anni di insegnamento, Giacomo, credo non sia un caso che i ragazzi si sentano messi in pericolo proprio dalla poesia. Questo accade perché l’unica “teoria del tutto” che l’uomo possiede è proprio la poesia. Non la poesia dei componimenti poetici, ma la poesia, cioè l’intuizione della “vita come tutto”, il sentimento della fragilità e originalità dell’esistenza, che chiede di starle di fronte con cura e coraggio, anche se a prendere la parola sono il dolore, la sconfitta, la solitudine. Non rinunciare mai alla poesia, anche quando sembrava che la vita non mantenesse le sue promesse, è stato il tuo vero atto eroico, e l’atto d’amore più grande che tu abbia compiuto.
Alessandro D'Avenia (L'arte di essere fragili: Come Leopardi può salvarti la vita)
Le madri sono creature imperfette e talvolta sembrano le nostre peggiori nemiche, ma non lo sono. La verità è che spesso non sanno come amarci. Si convincono che possono renderci migliori e cercano di risparmiarci le loro sofferenze...senza rendersi conto che ogni donna chiede già molto a se stessa e ha bisogno di conoscere il proprio dolore
Stefania Auci (L'inverno dei Leoni)
Mientras Escrivá y Del Portillo sigan siendo venerados por la Iglesia católica, persiste el riesgo de que una facción extremista de partidarios del Opus Dei dirija la organización de acuerdo con los desacreditados puntos de vista y métodos del fundador y su sucesor. Una verdadera limpieza en el movimiento debe significar una revisión del legado que dejaron esas dos importantes figuras. Una mirada objetiva al papel que desempeñaron en la creación de los métodos sistémicos de control sobre las vidas de los miembros, que infligieron abusos y causaron un grave dolor a miles de víctimas, llevaría casi con toda seguridad a su excomunión, con Escrivá despojado de su santidad y Del Portillo de su beatificación. Para la Iglesia católica, medidas tan drásticas probablemente quedarían fuera de su zona de confort. Si Francisco fallece antes de que se produzca una reforma real —y si su sucesor se muestra poco dispuesto o incapaz de continuar con su iniciativa—, el Opus Dei saldrá vigorizado y desafiante de su experiencia cercana a la muerte. Revitalizado y respaldado por su ejército de donantes, el movimiento seguirá adelante con sus planes de recristianizar el planeta, tanto si eso es lo que la gente quiere como si no. El matrimonio homosexual, la educación laica, la investigación científica y las artes se convertirán rápidamente en sus próximos objetivos. Dada la inesperada victoria de sus partidarios en la cuestión del aborto, es muy posible que el Opus Dei y sus simpatizantes cosechen victorias igualmente devastadoras en esos ámbitos.
Gareth Gore (Opus: Ingeniería financiera, manipulación de personas y el auge de la extrema derecha en el seno de la Iglesia católica (Spanish Edition))
Immaginate un neonato. Il piccolo nasce pronto per entrare in rapporto con le altre persone, pronto a collegare ciò che vede negli altri con quello che fa e quello che prova dentro di sé. Ma cosa accade se le persone che lo accudiscono si sintonizzano solo di rado sui suoi bisogni? O se il più delle volt ei suoi genitori non sono disponibili per lui e lo respingono? In quel caso, la mente del bambino verrà pervasa inizialmente dalla confusione e dalla frustrazione; senza momenti regolari di intimità e di sintonia con le persone che lo accudiscono, il bambino potrebbe crescere senza mindsight, senza capire l'importanza di creare dei legami con gli altri. Nella vita, impariamo presto a ricorrere al rapporto con persone affidabili per alleviare la nostra sofferenza interiore; questa è la base di un attaccamento sicuro. Ma se non ci viene dato questo accudimento amorevole, il nostro cervello dovrà adattarsi e fare del suo meglio. Un bambino può imparare a "cavarsela da solo" nello sforzo di lenire quanto più possibile il proprio dolore; a scopo di adattamento, i ciruiti emotivi e relazionali del suo cervello possono smettere completamente di funzionare in assenza della vicinanza e della sintonia di cui avrebbe bisogno. E' così che, per poter sopravvivere, il cervello sociale soffoca la sua propensione innata per la relazione. Se, invece, i genitori imparano a dimostrare al figlio in modo regolare e prevedibile amore e sintonizzazione, il piccolo svilupperà la mindsight, la capacità di comprendere la mente propria e altrui, e realizzerà le potenzialità relazionali presenti nel cervello.
Daniel J. SiegelTina Payne Bryson
Allora spuntano i paradossi: è una storia mondializzata, ma la cosa più rilevante delle Ande è il valore dell’onestà, qualcosa di così semplice da sembrare sproporzionato in confronto al satellite pomposo che la diffonde in tutto il pianeta. La prima cosa che imparammo sulla montagna è dire la verità: quando ci salvarono, ci chiesero di negare che avevamo mangiato i cadaveri. Noi eravamo ragazzini e ci si avvicinò gente prestigiosa, di un certo peso, che avrà avuto le proprie ragioni, e ci disse: «Tenetelo nascosto». E perché mai? Se ciò che era emerso lassù era il rispetto per la vita, il rispetto per la morte, se ciò che era emerso da quell’inferno era l’affetto, l’unico antidoto in grado di sciogliere parte di quel dolore, come potevamo tornare alla vita e come prima cosa dire una bugia? Fummo un gruppo umano singolare perché ammettemmo pubblicamente, di fronte alle famiglie dei morti, che per sopravvivere avevamo mangiato i nostri amici. È un’affermazione molto forte per una società che vive nell’autoinganno, nell’ipocrisia, nel “politicamente corretto”, tanto che la scosse fin nel profondo ed ebbe ripercussioni su tutti i suoi componenti.
Pablo Vierci (La sociedad de la nieve)
Io stessa per un certo lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea. Mi pareva di aver attraversato uno di quei fiumi leggendari che dividono i vivi dai morti, di essere entrata in un luogo dove potevo essere vista solo da coloro che avevano anch'essi subito una perdita recente. Per la prima volta compresi la forza dell'immagine dei fiumi, lo Stige, il Lete, e del traghettatore intabarrato con la sua pertica. Compresi per la prima volta il significato della pratica del sati. Le vedove non si gettavano sulla pira ardente per il dolore. La pira ardente era invece un'accurata rappresentazione del luogo in cui il dolore (non la famiglia, non la comunità, non la tradizione, il dolore) le aveva portate.
Joan Didion (The Year of Magical Thinking)
Ho sentito i colpi nel mio corpo. Colpi terribili, enormi, ancora non sapevo che erano le schegge dei proiettili di kalashnikov che mi esplodevano nelle gambe e mi dilaceravano. Non conoscevo ancora questo verbo: "dilacerare". Non provavo ancora dolore, non ancora. A un certo punto sento che dietro di me c'è la morte. C'è un uomo alle mie spalle, proprio contro di me. Sento il suo respiro irregolare, sento il suo rantolo, so che sono i suoi ultimi momenti. So che sto vivendo accanto a lui gli ultimi momenti della sua vita. E' qualcosa di molto intimo, forse è la cosa più intima che si possa condividere con qualcuno. Non lo vedo, è dietro di me, ma sento il suo respiro, lo avverto. Sono l'unica testimone della sua morte. Non saprò mai il suo nome.
Emmanuel Carrère (V13)
Ho una mia Teoria. Ossia che sia successa una cosa terribile: il cervelletto non è stato collegato al cervello nella maniera dovuta e corretta. Probabilmente questa è la cantonata più grande della nostra programmazione. Qualcuno ci ha creati male. Per questa ragione, in quanto prototipi, avremmo bisogno di ricambi. Se avessimo il cervelletto collegato al cervello, avremmo una conoscenza piena della nostra anatomia, di quello che accade dentro il nostro corpo. Oh, diremmo, è sceso il livello di potassio nel sangue. La terza vertebra cervicale è in tensione. Oggi la pressione del sangue in circolo è fiacca, ci vuole un poì di movimento, e dopo le uova alla maionese di ieri il livello di colesterolo è sopra il limite, perciò attenzione a quello che mangiamo. Abbiamo questo nostro corpo, un bagaglio imbarazzante, in verità non sappiamo niente di lui e abbiamo bisogno di vari Strumenti per venire a conoscenza dei processi più naturali. Non è uno scandalo il fatto che, quando l'ultima volta il medico voleva controllare che cosa stesse accadendo nel mio stomaco, mi abbia fatto fare una gastroscopia? Ho dovuto ingoiare un grosso tubo e solo per mezzo di una telecamera si è aperto davanti a noi l'interno del mio stomaco. L'unico Strumento rozzo e primitivo che ci hanno elargito per consolarci, è il dolore. Gli angeli, se esistono, li facciamo sganasciare dalle risate. Ricevere un corpo e non saperne niente. Senza istruzioni per l'uso.
Olga Tokarczuk (Drive Your Plow Over the Bones of the Dead)
Mi herida sangra noblemente y esa sangre es dolor y bálsamo. No, hermanos míos, no debéis avergonzaros, más bien os autorizo para que me deis vuestra compasión. Lo que vosotros llamáis maldad, es tristeza. Soy pobre, la moneda que me dio el destino no está hecha para circular entre vosotros... pero en un rincón apartado del mundo moran unos olvidados que truecan esta moneda por oraciones. Y tú, Dios mío, por qué ese afán de penitencia, para qué me das sed, si no tengo agua.
Teresa Wilms Montt (Diarios íntimos (Spanish Edition))
I soldati, scettici ma scalfiti dal dolore di una donna, scavarono e trovarono corpi tutti uguali, tutti ugualmente distrutti e irriconoscibili dopo sei stagioni, senza orgoglio di classe o di cultura, ma da uno di essi si sprigionava qualcosa di vivo, forse divino. Qualcosa che non poteva essere distrutto neanche dalla furia di due totalitarismi accaniti su un unico corpo. [...] nella tasca di quello che doveva essere stato un cappotto c'era un taccuino di poesie, forse l'unico a essersi salvato in tutto l'olocausto dei poeti. E anche quei soldati induriti dalla guerra dovettero credere all'amore.
Alessandro D'Avenia (Ogni storia è una storia d'amore)
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E di nuovo gridò: «La mia anima è sovraccarica dei suoi frutti maturi; Sovraccarica è la mia anima dei suoi frutti maturi. Chi ora verrà a mangiarne e a saziarsene? La mia anima trabocca del suo vino. Chi vorrà versarne e berne e rinfrescarsi del caldo del deserto? Meglio sarebbe se io fossi un albero senza fiori e senza frutti, Giacché la pena dell’abbondanza è più amara d’ogni sterilità, E il dolore del ricco da cui nessuno prende È più grande dell’afflizione del mendicante al quale nessuno dà Meglio se io fossi un pozzo, asciutto e inaridito, e, dentro, la gente mi gettasse pietre; Giacché questo sarebbe più agevole da tollerare, piuttosto che essere una fonte d’acqua viva Mentre la gente passa e non ne beve. Meglio se io fossi una canna calpestata sotto i piedi, Giacché ciò sarebbe preferibile all’essere una lira dalle corde d’argento In una casa il cui padrone non ha dita E i cui figli sono sordi».
Kahlil Gibran (Il profeta - Il giardino del profeta)
[...] Sul comodino, fra i medicinali, c’era il suo romanzo preferito, Piccolo mondo antico. «Ti devo parlare». «Ti stanchi, forse non è il caso…» «Lo decido io se è il caso. Sono io quella che se ne sta andando, e non voglio finire all’inferno. Ci sono cose di cui sono pentita, sì mio Signore che ascolti dall’alto dei cieli, sono sinceramente pentita, l’ho detto anche a don Bruno… Dicevo… Ci sono cose che devi sapere, finché non mi sarò confessata con te avrò sempre questo peso con me». «Ma io non sono un prete, non devi confessarmi proprio niente». «Sì invece, perché ti ho ingannato, ti ho fatto vivere nell’errore». Qualsiasi cosa stesse per dirmi, sentivo che era molto peggio dell’errore. «Non voglio sapere niente, ti perdono al buio». «Invece mi ascolterai, povero imbecille, ascolterai tutto». E ascoltai. Non mi aveva mai amato, mi aveva sposato solo per i miei soldi. Durante il nostro fidanzamento mi aveva tradito con cinque uomini; dopo le nozze non li aveva più contati. Aveva tenuto a precisare che pressoché tutti scopavano meglio di me, e che con me non ricordava orgasmo che non fosse simulato. Anselmo, il mio Anselmuccio, non era figlio mio ma del suo maestro di salsa e merengue, l’aitante Lucio. Matilde invece era figlia del commendator Ferrarini. Capivo Lucio, ma Ferrarini… Quando le chiesi perché rispose che proprio il fatto che fosse brutto e grasso le dava il gusto dello sfregio. Continuai ad ascoltare guardandole le spalle. Le mie promozioni, la mia nomina a sovrintendente non dipendevano dal mio merito: per solleticare la vanità di essere la moglie di un uomo importante era stata a letto con tutti quelli che avevano il potere di decidere. Anche la mia vittoria al torneo di scacchi di Neuchâtel non valeva nulla: la notte prima della finale aveva accettato di farsi sodomizzare dal campione russo perché facesse in modo di perdere: capisco adesso quella sciagurata spinta di pedone in b6… «Perché hai voluto parlare? Perché? Adesso la mia vita è rovinata…» «E non pensi alla mia, di vita? A quella eterna? Io voglio andare in paradiso, fra gli angeli… Il Signore lo sa, che dovevo dirti tutto, ora è contento della sua pecorella… È anche scritto, Egli si rallegra più di un malvagio pentito che di cento giusti… E rimetti a noi i nostri debiti… È cosa buona e giusta… Osanna nell’alto dei cieli… Accoglimi o Signore, è cosa giusta… Sì, vedo già la tua luce…» Più del dolore per quanto avevo saputo mi prostrava il disgusto per quella religione, la religione di Don Rodrigo morente e di Priebke, povero vecchiettino… Il mio eroe rimaneva Don Giovanni, quando dice di no al convitato di pietra, no che non mi pento… Presi dal comodino Piccolo mondo antico, lo sfogliai avanti e indietro. Sospirai. «Vedi cara, il fatto è che anch’io ti devo confessare un segreto». Mosse leggermente la spalla sinistra, come se stesse cercando di girarsi verso di me, ma si trattenne. «E il segreto è che io intrattengo certi rapporti con certi esseri spaventosi, esseri che tu non esiteresti a definire diabolici… Ma se oltre a Fogazzaro tu avessi letto anche Tolkien sapresti che esistono demoni molto più antichi del diavolo, demoni che vengono molto prima dell’umanità, prima di Dio e prima del nostro universo…» Si sentirono i primi colpi, lontanissimi. E già l’acqua nel bicchiere aveva incominciato a tremare. «Cosa sono questi colpi?» «Ne sta venendo uno per te, l’ho chiamato io». «Ma chi è?» «Un demone del mondo antico, come quello che trascina Gandalf nell’abisso». Ora i colpi erano boati, e facevano tremare le pareti. «Perché vedi, amore mio, il mondo antico non è piccolo. È grandissimo».
Michele Mari (Fantasmagonia)
Molti di noi hanno costruito lungo l’intero arco della vita pattern di autoflagellazione di fronte al fallimento o all’errore. La nostra reazione automatica, quando vediamo qualcosa in noi che non ci piace, è quella di farci fuori da soli. Oppure, quando affrontiamo le avversità, la nostra prima reazione può essere quella di andare immediatamente nella modalità di risoluzione dei problemi senza prima fermarci per prenderci cura delle nostre esigenze emotive. Ma se, anche solo per un momento, siamo in grado di essere consapevoli del dolore associato al fallimento, o dello stress e del disagio che le circostanze difficili comportano, possiamo fare un passo indietro e rispondere al nostro dolore con gentilezza. Possiamo placarci e confortarci con comprensione compassionevole. Possiamo riconsiderare la nostra situazione alla luce della nostra umanità condivisa, in modo tale che non ci sentiamo isolati dalle avversità. Non solo io sto soffrendo, ma sono anche consapevole che sto soffrendo e quindi posso cercare di fare qualcosa.
Kristin Neff (Self-Compassion: The Proven Power of Being Kind to Yourself)
La speranza è un dolore che nessuno riesce ad evitare.
Paolo Lanzotti (Il circolo dei congiurati: Un'indagine di Teodoro Valier (Italian Edition))
Il dolore fisico dei colpi - per noi, prigionieri adulti, come per i bambini sottoposti a quella medesima disciplina rigorosa - non è l'essenziale. Fa soffrire molto di più il dolore spirituale: la rabbia per l'ingiustizia subìta, o meglio, per l'infondatezza della punizione. Così, si capisce come, in certi casi, un colpo andato a vuoto sia più doloroso di una vera percorssa. Una volta, per esempio, mentre infuriava una tempesta di neve, lavoravamo all'aperto su una linea ferroviaria. Non foss'altro che per non sentire troppo freddo, riassodo diligentemente i binari (con pietrisco). Smetto di lavorare per riprendere fiato e m'appoggio al rampone. Disgraziatamente la guardia si volta verso di me proprio in quell'attimo e certo pensa che «stia prendendolo in giro». Ciò che mi fa male, nonostante tutto e nonostante l'apatia che già sopravviene, non è il predicozzo che dovrei subire, non sono le busse. Questa guardia non si degna neppure di rivolgere un'ingiuria  alla spregevole figura avvolta di stracci che ricorda  solo di lontano una creatura umana, alla figura, insomma, che rappresento per lui. Quasi per gioco, raccoglie una pietra da terra e me la getta. Si fa così, pensai, quando si vuole risvegliare l'attenzione di una bestia; è così che si ricorda il "doveroso lavoro" a un animale domestico, a un animale al quale si è così poco legati da non volerlo "neppure" punire.  Di conseguenza, ciò che fa più male delle percosse è lo scherno che le accompagna.
Viktor Frankl (Man’s Search for Meaning: Postscript - The Case For Tragic Optimism)